Riesumare vecchi blog – La lezione di Furth

spvggA una settimana di distanza, i miei due cents sul perche’ continuo a pensare che in Germania abbiano gia’ vinto la loro sfida con noi, anche se ieri sera abbiamo reso ancora una volta il Westfalenstadion terra italiana.

Venerdi sono andato a vedere Greuther Furth-Monaco 1860, un derby molto alla lontana di due squadre piu’ o meno legate alla stessa regione, entrambe nella bassa classifica della Serie B tedesca, i primi con velleita’ di salvezza, i secondi che aspiravano a un campionato ben piu’ competitivo. Diciamo che e’ stato come andare a vedere l’equivalente di un Varese-Brescia in Italia.
Pero’
Pero’
Pero’

Il primo “pero'” e’ che, con la mia amica (prima volta allo stadio per lei, per me siamo oltre le 70 partite negli ultimi 365 giorni) ci siamo involontariamente trovati in un autobus di tifosi ospiti. Giravano birre e cori e, nonostante un’esperienza decennale in trasferte, il piu’ preoccupato ero io. E’ andata a finire che gli ultras del Monaco, birra alla mano e rutti all’aria, si sono incolonnati appena usciti dal mezzo e si sono sottoposti senza problemi al controllo della polizia. Noi abbiamo svicolato alla ricerca dei distinti e la polizia, rassicurata dal nostro atteggiamento “Topo di campagna, Topo di citta’”, non ci degna nemmeno di un’occhiata.
In Italia una volta andai a vedere una partita di Coppa Italia ad Alessandria come giornalista, perquisirono me e lasciarono entrare petardi e oggetti di varia natura in curva. Partita sospesa dopo 10′ per incidenti.

Il secondo “pero'” e’ che la partita si giocava di venerdi’, alle 18.30, in uno stadio alla periferia di Furth, che a sua volta e’ alla periferia di Norimberga, ed era per giunta trasmessa in diretta televisiva. Nonostante tutto, i biglietti per i posti in piedi nella curva di casa erano esauriti e ci siamo dovuti accontentare dei “distinti-in piedi”, prezzo del biglietto 15 euro. 5 euro in meno dei distinti dello stadio di Varese, 8 rispetto allo stadio di Brescia. Alla fine c’erano 13mila spettatori. Lo scorso anno 13 squadre di Serie B avevano a disposizione almeno 13mila posti in uno stadio, ma solo 15 partite su 273 possibili hanno fatto registrare almeno lo stesso pubblico. Nel 2013 la 2. Bundesliga ha riportato una media di 17mila spettatori e sole 10 squadre su 18 con uno stadio capace di contenerne almeno altrettanti

Il terzo pero’ e’ che la partita e’ finita 3-0 per gli ospiti, i padroni di casa sono quindi impelagati per la lotta per non retrocedere e si sono sentiti cantare “Furth merda” per 90′. E’ finita che il mio vicino allo stadio, di circa 10 anni, e’ uscito con la sciarpa del Furth ben in vista accompagnato da sua mamma e nell’autobus di ritorno abbiamo condiviso il viaggio con dei vecchietti avvinazzati bardati di verde che discutevano amabilmente in un dialetto a me incomprensibile. Piu’ tardi, mentre ci preparavamo per uscire, abbiamo incrociato i tifosi del Monaco in metropolitana. Fanno partire dei cori, poi il controllore li redarguisce “per rispetto nei confronti degli altri viaggiatori”. Cala il silenzio.

Un giorno, un nome – Istvan Nyers, l’apolide pazzo

1412244045_Istvan-Nyers-590x443Il nome esatto, dateglielo voi. Istvan, Etienne, Stefano o Esteban, perchè non si è mai capito cosa ci fosse scritto sui suoi documenti quando, di volta in volta, cambiava la propria residenza. Documenti nei quali spiccava una parola, apolide, con la quale è stato bollato per il resto della sua vita.

D’altronde non poteva essere altrimenti, perchè Etienne Nyers è nato a Freyming Merlebach, ad una manciata di chilometri dal triplice confine franco-tedesco-lussemburghese, lato Parigi. In quella zona il padre era arrivato da Ozd, Ungheria orientale, e, come molti, aveva trovato nelle numerose miniere un impiego che all’epoca rappresentava un pericolo costante, ma anche uno stipendio sicuro, salvo incidenti. Forse stanco della dura vita in miniera e di tingersi il viso nero col carbone, portò il figlio a Budapest e quindi Etienne divenne Istvan, giocò con la maglia del III Keruleti TUE nel terzo distretto, quello di Obuda, sul lato collinare della capitale ungherese. Da lì, si trasferì a Subotica, in quella parte di Serbia che l’Ungheria ha sempre reclamato come propria e che, nel 1941, aveva occupato inglobandone le squadre nel proprio campionato. Subotica, anzi, Szabadka secondo la dizione magiara, venne persa nel 1944 e allora Istvan andò a Pest. Prima nel Kispest, la futura squadra dei Mighty Magyars, letteralmente “Piccola Pest”, poi nell’Ujpest, la grande rivale del Ferencvaros, anche detta “Nuova Pest”.

Nel 1946, però, i venti politici dell’Europa Orientale sono freddi e soffiano dalla Russia. L’Ungheria è già stata occupata solidamente dai sovietici e, nonostante la vittoria del partito agrario, il governo è a forte matrice comunista ed è filosovietico. Nella vicina Cecoslovacchia, invece, nonostante la vittoria alle elezioni dei comunisti, il governo è più indipendente da Mosca (le cose cambiranno nel 1947) e garantisce perfino libertà di passaggio ad Ovest. Probabilmente a questo pensava, nello stesso anno, Istvan Nyers che, senza cambiare cognome, sconfina e va a giocare nel Viktoria Zizkov dopo aver vestito due volte la maglia della nazionale ungherese. E su questo punto torneremo più tardi.

Ovviamente, il suo obiettivo era quello di utilizzare la Cecoslovacchia per tornare alle origini, e nel giro di pochi mesi torna allo Stade Français dove il suo allenatore è Helenio Herrera che, dal centro, lo sposta all’ala dove si confermerà fra i migliori del decennio. Con una decina di anni di anticipo, anticipa HH e da Parigi vola a Milano, dove diventa uno dei simboli della squadra.

Alterna grandi gol, dettati soprattutto dalla sua potenza fisica con la quale resisteva ai duri contatti italiani, ad una bella vita che si confà al suo ruolo. Di ali pazze, d’altronde, ne è piena la storia del calcio. Da Best a Garrincha, fino ad arrivare a Lennart Skoglund che con Nyers, ora diventato Stefano (e ufficialmente apolide, con la speranza, mai esaudita, di ottenere la cittadinanza italiana), condivideva un posto fisso nell’undici titolare e la passione per gli eccessi. Skoglund con l’alcool, Nyers col gioco d’azzardo.

Nyers riesce anche nell’impresa di diventare uno dei peggiori rigoristi del campionato italiano, mancando 14 volte su 50 l’obiettivo dal dischetto, ma questa pecca impallidisce al cospetto dei 133 gol segnati in nerazzurro (più 20 con la Roma e 11 col Lecco), di cui 26 nella stagione 48-49, l’ultima del Grande Torino di cui Nyers fu, a sua volta, ultimo avversario. Pochi giorni dopo lo 0-0 nello scontro diretto di San Siro, infatti, arrivò Superga.

Stefano diventa di nuovo Etienne, questa volta in Svizzera al Servette, ma dura poco perchè lo chiama addirittura il Barça, ma, a 32 anni, Esteban non è lo stesso della “Madunina”. Gira tanto per la Catalogna, fra Terrassa e Sabadell, ma non gioca neppure una partita ufficiale. Chiude a Lecco e, attenzione, Marzotto Valdagno.

Va in pensione e rimane a Milano fino a che non decide di accontentare la moglie, che aveva conosciuto durante la sua permanenza in Serbia/Ungheria, e decide di riportarla a Subotica, ora sotto Belgrado. Muore nel 2005, secondo alcuni in povertà, ma non secondo la sua intervista rilasciata, pochi mesi prima di andarsene, a Hetnap, un settimanale ungherese, dove si disse contento della sua vita e soddisfatto, forse anche del fatto di essersi liberato del suo status di apolide, essendo infatti divenuto cittadino serbo.

Eppure quel marchio, apolide, e la sua tendenza a rifuggire una carriera stanziale, gli hanno impedito di vestire la maglia della nazionale ungherese per più di due volte, peraltro a metà anni quaranta. Perchè, se è vero che è nato nel 1924, significa che a Berna, quando i magiari persero la finale dei mondiali con la Germania Ovest nella quale Puskas venne schierato nonostante un infortunio patito nella prima sfida coi tedeschi durante la fase a gironi, Stefano sarebbe stato ancora Istvan, avrebbe avuto 30 anni e sarebbe stato al massimo della forma. Chissà se con Nyers a disposizione per l’Ungheria, Herbert Zimmerman, il celebre telecronista tedesco, avrebbe avuto la possibilità di urlare, allo stadio Wankdorf, “La Germania sta vincendo per 3-2, chiamatemi matto, chiamatemi pazzo!”. Il pazzo sarebbe stato Nyers, con la coppa in una mano e le fiches nell’altra. Pazzo di gioia.

Tutto in due settimane – Il palco e la pista

queen-1986-002Successe tutto in due settimane estive del 1986. Fu quello l’anno in cui, qualcuno, a Budapest e altrove, iniziò a pensare che quel mondo oltre la cortina valeva la pena di essere visto e vissuto, tantopiù che ora, quel mondo, era venuto a trovarli con due botte mica da ridere.

Non è un caso che questo articolo sia pubblicato oggi, due giorni dopo il 25mo anniversario della morte di Farrokh Bulsara, forse un pelo più noto come Freddy Mercury, e la vittoria del mondiale di Formula 1 di Lewis Hamilton.

Il Magic Tour del 1986 fu una delle tournèe più epiche mai avute da una band in tutto il pianeta, rimasta nell’immaginario collettivo degli appassionati di musica rock e, ovviamente, dei Queen.

I Queen, oltrecortina, c’erano già stati più volte. La prima, nel 1978, a Lipsia in Germania Est, poi più volte in Polonia e una, addirittura, a Pecs, città universitaria per eccellenza in Ungheria, nel 1982.

Tutto questo, però, era poca roba di fronte al trionfo dello stadio Dziesziesolecja (non credo di essere in grado di scriverlo correttamente) di Varsavia e, soprattutto, del Nepstadion di Budapest, dove una trentina di anni prima, con un altro tipo di arte, si esibivano Puskas, Kocsis e Czibor.

Da quella sera, il 27 agosto 1986, è stato tratto il film Hungarian Rhapsody in cui si può vedere Freddy Mercury cantare una canzone ungherese, Tavaszi szel vizet araszt, una filastrocca per bambini, che letteralmente significa “Il vento di primavera soffia sopra l’acqua”.

Due settimane passano veloci, come una macchina da Formula 1.

Il sogno segreto di Bernie Ecclestone, soprattutto dopo i boicottaggi reciproci alle Olimpiadi del 1980 e 1984, era quello di portare la Formula 1, non esattamente uno sport amatoriale, al di là della Cortina di Ferro.

Ovviamente la prima idea ricadeva sull’Unione Sovietica, che però tergiversava, complice anche la crisi politica che la attraversava in quel decennio. E così fu Ungheria. E attenzione, non fu una scelta casuale, perchè l’Ungheria era il paese del blocco sovietico più aperto ad occidente sia per radici storiche comuni (Impero Austro-Ungerico), sia per un rilassamento generalizzato in termini di costume. Era uno dei pochi paesi in cui si potevano osservare di frequente i turisti occidentali e con cui il resto d’Europa aveva maggiori scambi.

Il tracciato venne piazzato a Mogyoròd, nelle campagne di Budapest, e venne inaugurato a marzo da una corsa motociclistica, ma inizialmente era previsto addirittura nel centro cittadino, attorno al parco Nepliget e a Soroksari Ut, dove, pensate un po’, oggi sorge l’azienda per la quale lavoro.

La gara fu un avvincente duello fra i due brasiliani, con Piquet che riuscì a superare Senna a metà gara, andando poi a vincere con 17 secondi di vantaggio, con Prost, poi campione del mondo, praticamente fuori al primo giro.

Ancora oggi, gli ungheresi sono grandi supporter della Formula 1, passione che condividono, guarda un po’, con i loro lontanissimi “parenti” finlandesi che spesso approfittano del gran premio per andare a vedere da vicino i propri idoli nelle loro vacanze magiare.

Estemporanea tris – Dalla Vlora al Ferraris, il cerchio chiuso

Stefano-Okaka-Italia-AlbaniaCi sono due ottime ragioni per scrivere un pezzo fuori dal contesto calcistico ungherese. La prima è più pratica, e cioè che mi si è rotto lo smartphone e quindi non posso più fare foto in giro per abbinarle ai miei articoli. La seconda è che quanto accaduto questa settimana a Genova va a braccetto con molti degli argomenti che tratto su questo blog che, a proposito, potrebbe avere vita abbastanza breve e non perchè mi sia stufato, anzi, ma ne parleremo a tempo debito.

A una settimana da Ferragosto, nel 1991, una nave costruita ad Ancona, di proprietà di una compagnia cino-albanese e proveniente da Cuba con un carico di zucchero, venne sequestrata al porto di Durazzo in Albania. Vi salirono, secondo alcune fonti, 20mila persone con direzione Italia, quella della pubblicità del Mulino Bianco e di quella televisione che, con un lembo di mare a dividere le due terre, parlava la stessa lingua da Aosta fino a Brindisi e oltre.

Quelle 20mila persone, in una situazione di colossale smarrimento, dato anche il periodo estivo e l’intempestività delle istituzioni (guarda un po’, che caso), vennero sistemate temporaneamente in uno stadio. Erano inizialmente destinate a Brindisi, dove però non ci sarebbero state le strutture necessarie per ospitarli, si decise così di dirottarle su Bari. Il tragitto durò 7 ore a causa delle condizioni estreme in cui si trovava la nave e, una volta arrivati in città, i nuovi arrivati vennero convogliati verso una delle due strutture in grado di poterli contenere tutti. Uno era lo Stadio San Nicola, ma era nuovo di pacca e non era il caso, l’altro il vecchio stadio Della Vittoria che aveva chiuso i battenti un anno prima con la finale di Mitropa Cup, vinta dal Bari per 1-0 sul Genoa.

Le cronache raccontano di una manciata di persone fuggite nei vicoli della città, altre ospitate da qualche parrocchia, ma la maggior parte accampata proprio nel vecchio stadio cittadino, da cui il custode venne letteralmente costretto alla fuga per evitare disagi.

Passano 23 anni e sono lunghi per tutti. Io nel 1991 andavo all’asilo, quattro mesi fa ho finito un master. Il primo ministro aveva 73 anni, quello di oggi ne ha una quarantina (e mi viene in mente una stupenda battuta di Spinoza, “Molti vedono in Renzi il nuovo Andreotti. Qualcuno persino il vecchio”). L’Italia era un paese che conosceva benessere, ma di lì a poco si sarebbe scoperto che aveva vissuto al di sopra delle proprie possibilità, complice l’egoismo e la mancanza di contatto con la realtà della classe dirigente e di una parte (forse anche abbastanza sostanziosa) dei cittadini.

E poi c’erano loro, che fino a fine anni ’90, dicevamo, “arrivavano col barcone”. C’erano le prime pagine sui giornali, rapine in villa e sembrava fosse sempre colpa loro.

Era colpa loro anche la notte del 21 febbraio 2001 in Via Salvo d’Acquisto a Novi Ligure, la città in cui sono nato.

Però poi c’erano i compagni di classe, i colleghi di lavoro. E Igli Tare.

E quanto era forte Andi Meta. Andi Meta era uno di loro, era arrivato nel 1991 senza documenti, nonostante avesse giocato nel Teuta e fosse stato in panchina al Pizjuan di Siviglia quando la Spagna, alle Aquile, ne fece 9 in una sola sera.

Si rimboccò le maniche e, dopo una serie di allenamenti, praticamente da semi-clandestino, esordì in un’amichevole contro il Genoa. E’ ancora oggi uno dei giocatori più amati ad aver vestito la maglia della Novese, quella dello scudetto del 1922. L’ultima volta che l’ho sentito aveva passato abbondantemente la quarantina e figuriamoci se aveva smesso di giocare a calcio. In Italia ha anche figliato, con il buon Silvio che se la gioca a buoni livelli nella massima serie regionale.

Mentre guardavo la partita e i servizi dedicati ai tifosi albanesi, che si sono distinti per la simpatia e il caos felice intorno all’amichevole di martedì scorso, facevo un paio di riflessioni.

La prima è che i ventimila del Della Vittoria sono diventati i 20mila di Marassi, con due bandiere, due sciarpe, due lingue e due culture.

Che, almeno per la serata di domenica, gli albanesi danno 6-0 6-0 a serbi e croati.

Che probabilmente, mentre scrivo, c’è qualcuno che è nato da poco, magari ha uno o entrambi i genitori nati all’inizio degli anni 90′, i cui genitori a loro volta erano stati al Della Vittoria e magari fra un po’ di anni saranno contenti di portare il nipotino di nuovo allo stadio per un altro Italia-Albania.

Che il gol partita lo ha segnato Stefano Okaka, che è nato da genitori nigeriani, ma parla con un marcatissimo accento umbro, quando esordì con la Roma sembrava fosse il nuovo Totti ed evidentemente non ci è riuscito, ma, a differenza di un altro attaccante un pelo più famoso di lui, non si è mai aggrappato al razzismo e alla cattiveria nei suoi confronti per giustificare i fallimenti, ammesso che ce ne siano stati, e adesso veste la maglia della nazionale con grande merito.

E alla fine penso che se ce l’hanno fatta loro, i 20mila (di 480mila totali sul nostro territorio) del Della Vittoria, magari fra vent’anni ce la faranno anche quelli che, nel balordone generale, sono stati mandati via da una casa di accoglienza nella periferia di Roma mentre, attorno a loro, bande di disperati facevano guerra a spacciatori e prostitute, evidentemente sbagliando il proprio target. E allora saremo pronti a discriminare gli alieni da poco sbarcati.

Per non saper nulla di politica – Urban Florian, la discesa in campo

florianurbanSe c’era un record da battere, probabilmente c’è riuscito. 17 cambi di squadra in 14 anni di carriera. Altri quattro, se ci aggiungiamo le esperienze come allenatore.

Urban Florian, prima il cognome e poi il nome, dev’essersi stufato e così ha deciso di candidarsi. A cosa? A una panchina? Magari quella dell’Ujpest, la sua squadra del cuore?

No, al Parlamento! Perchè il parlamentare che rappresenta il quartiere di Ujpest, nella zona nord di (Buda)Pest e non lontano da Angyalfold dove abita chi scrive, è morto dopo pochi mesi dalle elezioni di aprile 2014, stravinte dal partito nazionalconservatore Fidesz. Per cui si è resa necessaria una nuova elezione e Urban è sceso in campo.

E dire che alla sua cerimonia di investitura ha esordito con un bel “Non è che sappia poi così tanto di politica…”. Beh, Florian, sarai sicuramente in buona compagnia, almeno visti i tuoi colleghi (o futuri tali) italiani.

Nei nefasti anni ’90 del calcio ungherese, passato da possibile revival (tre mondiali consecutivi dal ’78 all’86) a cenerentola Europea, Urban Florian ha giocato come centrale difensivo in una marea di squadre ungheresi e belghe (fra cui Waregem e Malines), più una quarantina di presenze in nazionale.

Sarebbe curioso vedere se cambierà bandiera così tanto anche in campo politico. Anche perchè non si è candidato con un partito qualsiasi.

Jobbik Magyarorszagert Mozgalom significa “Movimento per un’Ungheria migliore”. Ma tutti lo chiamano “Jobbik”, cioè “Migliore”. E no, non è un tributo a Palmiro Togliatti.

Si tratta, probabilmente, del partito di estrema destra più pericoloso e attivo nell’Unione Europea. Dichiaratamente anti-rom e antisemita, è guidato da un certo Gabor Vona e risulta essere il partito più votato dai giovani sotto i 35 anni, cioè quelli che, nel bene o nel male, continueranno a farlo per i prossimi 40-50.

La creatura Jobbik nasce, a detta di molti, da un esperimento malriuscito (o forse troppo ben riuscito) di Fidesz, che avrebbe aiutato, anche economicamente, Jobbik in modo tale da far confluire il voto di protesta verso di loro e non verso altri partiti di una sinistra già frantumata. Il risultato è che oggi Fidesz governa con una maggioranza assoluta e che gli ha già permesso di cambiare la costituzione in chiave autoritaria e, nel frattempo, l’opposizione più eloquente a Fidesz arriva proprio da Jobbik, che considera il premier Orban troppo debole in termini Europei (per Jobbik, Ungheria fuori dall’UE all’istante) e di identità nazionale, sebbene il primo ministro abbia già pensato ad un terrificante monumento che simbolizza l’aggressione germanica all’Ungheria durante la seconda guerra mondiale. Ando così? Non esattamente, l’Ungheria di Horthy, di fatto, si comportò esattamente come l’Italia di Mussolini, per cui la responsabilità nell’essere partecipi al genocidio la condividono pienamente con gli alleati di un tempo.

Possibilità di vittoria? Scarsine, sia per Urban (il calciatore), che dovrà scalfire il predominio (uno dei pochi) socialista nel settore di Ujpest, sia a livello nazionale, dove da un lato Fidesz ha fatto proprie molte richieste di Jobbik sottraendone i voti, dall’altra probabilmente il resto dell’elettorato (ah, per la cronaca, il primo partito in Ungheria è l’astensionismo con 2 milioni e 900mila, contro i 2 milioni e 100mila di Fidesz) difficilmente, almeno nel breve termine, si schiererebbe con un movimento così estremista.

Ah, in tutto questo, nel manifesto elettorale che vedete, Urban si è presentato con la sciarpa viola e la scritta “Hajra lilak”, Forza viola, che poi è il colore dell’Ujpest. Perchè se è vero che a Budapest le squadre si chiamano coi nomi dei loro quartieri, non penserete sia un caso che un ex giocatore sia stato candidato in parlamento proprio nel quartiere di una delle squadre in cui ha giocato?

M come Mistero – Lo strano caso della Puskas Akademia

puskasakademiaMettiamola così. Nel 2005 un politico nato nel villaggio di Felcsùt ha fondato una squadra di calcio, una bella soddisfazione per un borgo di 1800 anime alle porte di Szekesfehervar. La squadra nel corso degli anni si comporta bene e guadagna risultati importanti, tanto da potersi dotare di un nuovo stadio.

Solo che non è così semplice.

Il politico nato del villaggio di Felcsùt non è il solito maneggione locale, capace di creare una squadra di calcio per raccattare voti alle elezioni locali. Nossignori. Si chiama Orban Viktor e di mestiere fa il Primo Ministro di Ungheria.

La squadra di calcio si è comportata bene si, tanto da raggiungere la massima serie pur essendo, di fatto, la formazione riserve del più titolato Videoton.

panchoarena_pflahuIl nuovo stadio può ospitare 4500 spettatori, che a ben vedere sono più delle 1800 anime che popolano il suo villaggio.

Questa è la storia della Puskas Academia, una squadra nata dal nulla nel 2005 e che ho potuto vedere dal vivo sabato scorso, quando ha incontrato la Kubala Academia, questa però legata al Vasas in cui, effettivamente, per una stagione il buon Laszlo aveva giocato. Il confronto fra le due accademie (Under 21) e i due giocatori più forti dell’epopea ungherese, è stato vinto dai rossoblu di Kubala per 2-1 in rimonta.

Ma perchè tutto questo? Puskas non era della Honved? E infatti partiamo da lì…

Da anni, la Honved vive una crisi economica che l’ha portata a dover stabilire una sorta di pianificazione annuale degli stipendi dei calciatori. Quest’anno sono 3000 euro a testa, che in Ungheria per far la bella vita sono parecchi, ma certo non possono competere coi milioni di cui dispone il Ferencvaros.

Anni fa, la Honved ha ceduto i diritti del nome di Ferenc Puskas all’Academia, che nulla ha che fare con quello che a Madrid venne chiamato Pancho. Per questo motivo alle partite interne al Bozsik Stadion, per protesta, non ci sono gruppi organizzati di tifosi, i quali si limitano a vedere le partite solo in trasferta, raccogliendo il sostegno anche delle tifoserie rivali.

E Orban cosa c’entra? Beh, intanto sono in molti a paragonarlo a Berlusconi e chi se non lui è maestro nell’utilizzare il calcio come mezzo di propaganda (a proposito, l’ho già detto che ci ho scritto sopra un libro?).

Ci sono poi un sacco di voci che vogliono le amicizie di Orban invischiate nelle trattative per la costruzione dei nuovi stadi, fra cui la Pancho Arena che dubito si sia riempita di tifosi sfegatati della Puskas Academia, un po’ come il Milton Keynes Stadium, un gioiello di 30mila posti in mezzo al nulla inglese, creato per una squadra fantoccio di terza serie, presunto erede del “glorioso”  Wimbledon.

Sotto quello che ormai sta diventando un regime tollerato sia dagli elettori che dall’Unione Europea, sono sorti stadi a Debrecen, Budapest (che peraltro ha ottenuto una delle sedi dell’Europeo itinerante del 2020), Gyor e Miskolc. Tutto questo per un campionato che a settembre vede tutte le squadre fuori dalle competizioni europee e questo misterioso Puskas Academia fra le sue partecipanti. Con la sua M sulle maglie , che non si capisce se significa Madrid, Magyarorszag o, appunto, Mistero.