Fascino di provincia – Il giorno fortunato di Shpetim

2013-10-27 15.46.26Mi stavo già chiedendo cosa ne farò di questo blog una volta che il campionato sarà finito. Nella migliore (per me e per l’Örebro) o peggiore (per il mio blog) delle ipotesi, domenica sarà l’ultima di campionato. Questo week-end i bianconeri si sono assicurati almeno i play-off grazie al pareggio di ieri del Degerfors in casa contro il Falkenberg, che ha buttato via la chance di conquistare per la prima volta un posto in Allsvenskan prima facendosi rimontare da 0-2 a 2-2, poi sbagliando un rigore al 93′.  La soluzione l’ho trovata, ma lo scoprirete soltanto nelle prossime settimane: un po’ perchè andrò a Ljungskile a vedere l’ultima di campionato (no, non sono impazzito, semplicemente sarò già a Goteborg per festeggiare il compleanno di un amico), un po’ perchè il fascino sportivo della provincia svedese offre sempre un sacco di spunti, non solo intorno ad un campo da calcio.

Oggi si doveva giocare alle 15:00, con il Sundsvall impegnato contro il già retrocesso Brage alle 19:00 di ieri, ma siccome il centrocampista dei Giffarna, Kevin Walker, è anche concorrente della versione svedese di Idol (un programma tipo X-Factor molto in voga negli States) e ieri sera andava in onda una delle puntate che lo vedevano protagonista, la partita dei biancoblu è stata spostata oggi alle 14:00 con relativo spostamento di Örebro-Gais alle 16:20. Ovviamente della cosa me ne sono accorto ieri e il tutto si è assommato al fatto che oggi si cambiava l’ora ed ho avuto una sorta di shock perchè, nella mia precedente avventura svedese (ero arrivato il 31 gennaio), non mi ero reso conto di quanto facesse buio da queste parti. Forse perchè Goteborg è a 300 chilometri più ad ovest e anche mezz’ora fa la differenza. Insomma, a fine primo tempo, ore 17:05, alzo gli occhi al cielo ed è notte fonda. Giusto in tempo per fare una foto al Panda, mascotte della squadra, da me segretamente ribattezzato “Panda Molestie Sessuali” di Southparkiana memoria. (Mi accorgo solo a foto uploadata che la fotocamera del cellulare è sporca. Se lo scopre il mio professore di fotografia mi espelle dal corso)

Tutt’altro che notte fonda, invece, per i bianconeri che alla fine hanno portato a casa il set: 6-1, con tripletta di Shpetim Hasani, formidabile fantasista di origini kosovare. A questo punto, lancerei una scommessa, se qualcuno mai la volesse accettare. Shpetim Hasani giocherà in Olanda l’anno prossimo. Magari nell’Ajax.

Come faccio a saperlo? Non lo so, ma è un’intuizione che arriva da lontano. Premetto che Shpetim Hasani non lo conosco, al massimo lo saluto e dubito si ricordi di me in quanto la Svezia pullula di giornalisti-terroristi come il sottoscritto. La vicenda parte venerdì sera: ero al Satin, discoteca centralissima a Örebro e un mio amico mi presenta una ragazza olandese. Una chiacchiera tira l’altra scopro che è una giornalista, anzi una giornalista sportiva, anzi una giornalista sportiva che oggi avrebbe seguito l’Örebro non tanto da inviata, quanto in compagnia dell’ex General Manager dell’Ajax, credo si chiami David Endt. Quando le chiedo cosa ci farà mai il direttore generale dell’Ajax alla Behrn Arena, mi risponde che è una questione “di fede”. Non vado oltre, mi spiega solo che lui è stato all’Ajax negli ultimi 25 anni. Al chè mi è sovvenuto un ricordo vaghissimo: l’Örebro non ha un curriculum europeo da favola, visto che ha partecipato per tre o quattro volte alla Coppa Uefa facendosi eliminare anzitempo (una volta riuscí ad eliminare per differenza reti i lussemburghesi dell’Avenir Beggen, salvo poi subire una sconfitta a tavolino per aver schierato troppi stranieri), tuttavia mi pareva di ricordare che avesse affrontato l’Ajax. Youtube ce lo conferma. Ah, se come me avete avuto l’impressione che quello inquadrato non sia nè l’Amsterdam Arena, nè il vecchio De Meer, tantomeno l’Olympisch in cui giocavano una ventina di anni fa i lancieri, non siete nel torto. E vi prego di farmelo presente, perchè almeno capirei che al mondo esistono altri malati di mente in grado di riconoscere uno stadio rispetto ad un altro a 20 anni di distanza. In realtà lo stadio non l’ho riconosciuto al volo, ma ci voleva poco per capire che non si giocasse in Olanda: avendo il campo squalificato, l’Ajax giocò a Dusseldorf in Germania. Perchè in Germania? Perchè, in Olanda, se vuoi giocare in Europa ci sono solo Rotterdam ed Eindhoven e sarebbe come far giocare la Juve sul neutro di Firenze.

Fatto questo lunghissimo giro di parole, dunque, a Shpetim Hasani potrebbe essere capitata la giornata della vita, quella che tutti quanti ci auguriamo. Io, per esempio, ho scritto un libro (e non perdo mai occasione di ricordarlo, compratelo!) e fondamentalmente è come se alla presentazione, per un motivo piuttosto casuale, si fosse presentato il direttore generale della Feltrinelli rimanendo impressionato positivamente dalla situazione.

Sogni. Così come, al ritorno, sotto la pioggia, sognavo di non essere tornato dalla Behrn Arena, bensì dal Craven Cottage di Londra. Ma, d’altronde, non sarei io se fossi andato a Londra, Berlino o Amsterdam. Il fascino della provincia svedese, se cerchi bene nel profondo, finisci per trovarlo.

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Fingersi fotografi – Rompere i coglioni

IMG_4498Questa settimana niente partite, o meglio, dopo l’Under 21 oggettivamente ero arrivato a un punto piuttosto basso e, siccome domenica si gioca l’ultima in casa contro il Gais (se il Sundsvall perde contro il giá retrocesso Brage e i bianconeri portano a casa i 3 punti, é Allsvenskan con un turno di anticipo). inizio a perdere spunti di interesse.

Anzi, no. Approfittando del fatto che il mio professore di fotografia ci ha assegnato un compito e quello di scrittura me ne ha assegnato un altro, sono andato al Palazzetto dello Sport ad intervistare Ronnie Boggs, guardia americana dell’Eco Örebro, fanalino di coda del campionato di basket. Se verrà fuori una roba decente, la pubblicherò. Siccome imbracciavo una macchina fotografica che costava piú o meno quanto la mia testa (e tutt’ora fatico a usarla), giravo come se il contenuto fosse Plutonio o Uranio impoverito pronto a sterminare l’intera Scandinavia.  Ovviamente non sono diventato ricco all’improvviso, la camera me l’ha prestata l’università. Lo fanno, qui.

Che succede quando sei a trenta metri dallo stadio, hai appena finito l’intervista, l´Örebro (questa volta calcio) si sta allenando e devi imparare ad usare una macchina fotografica? Entri dentro lo stadio e chiedi a Peo Ljung, allenatore dei bianconeri, se puoi fare qualche foto. “Nej, du får inte” mi ha risposto. Non credo sia necessario tradurre.

Comunque, visto che sono fondamentalmente un rompicoglioni e in passato ho litigato con un ex difensore vicecampione del mondo in seguito divenuto allenatore di Serie B, figuratevi se mi piego al volere dittatoriale di un allenatore svedese di seconda serie. Per cui ecco qualche foto completamente inutile (e con valori ISO incredibilmente alti, il che mi é valso una profonda reprimenda del mio insegnante di fotografia) dalla Behrn Arena e dalla Idrottshuset.

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Mentre il mondo guarda Milan-Barcellona – Per i soldi

2013-10-22 17.28.18Scrivo questo post appena dopo essere tornato a casa da un Örebro-Degerfors Under 21. Under si fa per dire, visto che fra i bianconeri sfilavano di fatto le riserve della prima squadra, fra cui quel cammello di Markus Pode che non riesce a segnare neanche contro i ragazzini di 19 anni.

Tutto questo mentre il mondo intero guarda Milan-Barcellona. Strano vero? Poco meno di un anno fa era successa una cosa e per un po’ ho sognato che una sera come queste, magari proprio questa, sarei stato da un’altra parte. Magari non San Siro, mi sarebbe bastato anche fare il commento da studio di Zenit-Portimonense di Coppa delle Coppe. E invece niente, Örebro-Degerfors. Non è la fine del mondo, perchè sono quasi due mesi che ho messo piede qui e, facendo un paragone con altri periodi esistenziali, non devo lamentarmi. Non posso lamentarmi. In fondo questa sera ho visto una partita completamente inutile ai fini della classifica, ma mi hanno pagato per farlo. Tempo fa, non molto, mi sono ritrovato alle 9.30 di mattina a guardare gli Allievi dell’Arquatese per molto meno, quasi per niente. Un pomeriggio a Mornese mi sono ritrovato a litigare con una madre perchè era convinta che fossi parente di uno dei ragazzi in campo e si lamentava che suo figlio prendeva calci di continuo (“l’avesse iscritto al balletto”). Stasera, in una Behrn Arena popolata da una quarantina di spettatori, è andata fin meglio, perchè se c’è una cosa che apprezzo degli svedesi è la calma (tolto il venerdì sera) e la compostezza (tolto il sabato sera) e soprattutto che non si convincono che il loro figlio è Maradona solo perchè gioca nelle giovanili di una squadra di seconda divisione. Non mi posso lamentare, non mi devo lamentare, perchè tre anni fa, per la stessa cifra, mi sono vestito da uomo arancia e ho fatto il giro delle scuole della provincia a spremere arance per i bambini delle elementari.

Non mi lamento perchè stasera, prima della partita, ho approfittato dei cancelli aperti per fare una di quelle cose che divertono tantissimi il bambino di 8 anni che vive dentro di me: sono entrato in campo e per qualche secondo mi sono sentito un calciatore. Che poi in realtà ho fatto la stessa cosa al Bernabeu e paragonato con la Behrn Arena…hanno giusto in comune una vaga assonanza nel nome. Per gli almanacchi, Örebro-Degerfors 2-0.

Blog in trasferta

Oggi il mio blog gioca in trasferta, per la precisione su Nuncasinfutbol del collega Massimo Prosperi, il quale mi ha chiesto se mi andava di scrivere un pezzo di colore sul calcio svedese. Ammetto che non è stato facile cogliere almeno dieci caratteristiche in un panorama calcistico, diciamo, brullo (oggi sono poetico), ma il bello di scrivere è, forse, proprio quello di riuscire a cavare il classico ragno dal buco (questa era un’influenza di un poeta brianzolo, G. Trapattoni).

Bestemmie amichevoli – Fotoromanza

ImmagineOggi pomeriggio sono stato due ore al Trängens IP, a 5°C, a vedere Örebro-AIK Stockholm. Amichevole. Credo che la sola frase sintetizzi l’inutilità della mia giornata. In realtà ero lì per due motivi: il primo era perchè mi avrebbero dovuto pagare, ma è successa una cosa al limite del tragicomico e probabilmente ho buttato via quattro ore (due di partita, una di attesa, una di viaggio) della mia esistenza, anche se il record rimarranno le sei ore al pronto soccorso per le ghiandole salivarie ingrossate la scorsa estate.

Il secondo motivo era che volevo incontrare Henok Goitom, attaccante dell’AIK ed ex Udinese. Vanta un curioso record in Serie A: ha giocato una partita e ha segnato un gol e mica un gol qualunque, era l’1-1 all’89’ di un Udinese-Inter del 2005. Per motivi a me oscuri, non era in campo, nè in tribuna e di ciò ho sofferto molto.

La scena tragicomica è dovuta al fatto che, lavorando per una società di statistiche in tempo reale, avrei dovuto segnalare l’espulsione di un giocatore dell’AIK verso la fine della partita, solo che l’arbitro ha deciso di ammonire il medesimo e se n’è restato per buoni 30 secondi convinto di aver fatto il suo dovere. Solo l’assistente gli ha fatto notare che lo stesso giocatore si era già beccato il giallo e così ecco arrivare il rosso. 9 secondi di ritardo rispetto al dovuto, ergo, da regolamento ho commesso un errore fatale. Dubito che la mia spiegazione possa convincere i miei responsabili, anche perchè dubito che la partita sia stata ripresa da qualcuno, tantomeno il momento incriminato.

In tutto questo, il pomeriggio orribile (per la cronaca ha vinto l’AIK 3-2) è culminato con il fatto che, durante la partita, il sistema a cui sono collegato trasmette una radio del Canton Ticino (la società è Svizzera) con una playlist fortemente orientata verso gli anni ’70 e ’80. A un certo punto, riconosco una voce.

“Questo amore è una camera a gas, un palazzo che brucia in città…”

Triste e sconsolato pedalo verso casa, bestemmiando in svedese. “Mi telefoni, o no?”

A casa di Kennet Andersson – Abitare allo stadio

2013-10-12 14.08.30Fermi tutti, non sono andato a casa di Kennet Andersson. Il fatto di aver conosciuto domenica scorsa Klas Ingesson (a proposito, un grazie di cuore agli amici di Dario Hubner ti vede che hanno pubblicizzato lo storico incontro a Södertälje) non mi porta automaticamente ad abbracciare l’intera legione svedese nel campionato italiano durante gli anni ’90.

Semplicemente, sono andato in trasferta ad Eskilstuna, patria del grande bomber poco fa menzionato. Il viaggio è stato caratterizzato da un clamoroso ritardo del treno (mi chiedevo quale paragone usano in Svezia al posto del nostro “Quando c’era lui i treni arrivavano in orario”), tuttavia al cambio ad Arboga la coincidenza ci ha aspettato, anche perchè altrimenti il trenino sarebbe partito vuoto. Ignoro il motivo per cui ad Arboga, stazione composta da tre binari, ci sia uno scambio di tale rilevanza, anche perchè attorno alla stazione c’era il nulla più assoluto (poi ho scoperto che fa 10mila abitanti, chissà dove li tengono nascosti).

Arrivo ad Eskilstuna, mangiucchio e mi dirigo verso lo stadio. Bam, sono a Marassi. Ora so che qualcuno starà dicendo “Questo come si permette di bestemmiare” e infatti mi rimangio tutto, però il Tunavallen ha una particolarità: a differenza dello stadio genovese, ha solo un anello (e non ha le curve), ma proprio come lo stadio genovese, ha quattro torri all’altezza dei calci d’angolo. In queste torri ci sono dei condomini, alcuni dei quali si affacciano direttamente sul campo da calcio, tanto che in cima ai quattro palazzi c’è…l’impianto di illuminazione!

Scopro poi che questa singolare caratteristica è dovuta al fatto che nel 1958 il Tunavallen l’avessero costruito per i mondiali di calcio poichè ben dodici città reclamarono la possibilità di ospitare il torneo che allora disputavano solo 16 squadre. Così tirarono su uno stadiolo da 15mila spettatori, che però raramente venne riempito perchè l’Eskilstuna City naviga in D1 (anzi, oggi è ufficialmente retrocesso in D2) e l’IFK ancora più in basso, per cui lo hanno rimodellato e per venire incontro alle necessità abitative degli anni ’80 approfittarono di quei quattro buchi alle bandierine per tirarci su quattro enormi condomini.

2013-10-12 16.50.12Avversario dell’Eskilstuna City, il brillante Dalkurd (nella foto a fine gara, durante i festeggiamenti) di cui ho parlato più volte negli ultimi giorni: nonostante un primo tempo orribile (di fronte a 500 e rotti spettatori, più di Syrianska-Elfsborg di Serie A domenica scorsa, a ben vedere), i curdi riescono a metterne due e continuano la cavalcata verso gli spareggi-promozione. Ma di questo, come al solito, non ce ne frega una beatissima. Da segnalare solo che metà del pubblico presente era lì giusto per loro e sono pronto a giurare che gran parte dei tifosi fossero curdi di Eskilstuna. Per il Dalkurd non esiste trasferta.

Frammenti da Södertälje pt 2 – Come bambini

Immagine“Ma non avete paura che dopo così tante energie spese, così tanto aiuto, loro poi decidano di non fare niente e accollarsi alla società?”
“No, perchè dopo cinque anni di continui colloqui e lezioni probabilmente sono diventati più svedesi di me”

Il giorno dopo essere andato a Södertälje ho discusso con i miei compagni svedesi sul tema dell’immigrazione. Södertälje me l’avevano descritta come un posto molto particolare, una sorta di città-ghetto a 30 chilometri a sud di Stoccolma dove a partire dagli anni ’60, nel mezzo del boom di costruzioni denominato Miljonprogram (un programma che prevedeva la costruzione di un milione di appartamenti per le classi medio-basse) si sono riversati gli immigrati da Sud America, Finlandia (prima del boom economico Suomi), Balcani e Medio Oriente. Mentre partivo dalla stazione centrale di Stoccolma alla volta di Södertälje vedevo pian piano i grattacieli diradarsi mentre si sommavano le costruzioni in stile “Sovietico”. Palazzoni che in Italia venivano gestiti dal celeberrimo IACP, destinati alla classe operaia. Non mancano nemmeno qui, ma le differenze sostanziali sono due: la prima, puramente estetica, è che queste abitazioni, per quanto anonime, sono ancora oggi ben curate; il secondo aspetto, molto più rilevante in termini di civiltà, è che ogni quartiere è comunque dotato di uffici pubblici, scuole e parchi e non è che si possa dire lo stesso di altrettanti quartieri costruiti nelle periferie italiane fra gli anni ’60 e ’70.

Una volta arrivato a Södertälje, ho girato per il classico centro cittadino svedese, un posto che poteva essere benissimo in Lapponia come nella Scania. L’unica differenza era che, una volta preso l’autobus verso lo stadio, non si vedeva una persona bionda o tipicamente nordica, tuttavia durante la mia breve permanenza non ho mai sentito una sensazione di disagio che talvolta, almeno a Milano, mi capitava.

Mi fermo e ci tengo a precisare che il sottoscritto è quanto di più lontano possibile da ogni forma di razzismo. Ho posizioni elastiche sull’immigrazione, prevalentemente legate alla sostenibilità del Welfare. Nei sette anni di frequentazione milanese ho vissuto in quartieri popolati da immigrati dove l’integrazione era un dato di fatto, mentre in altre circostanze mi sono trovato decisamente a disagio e non al sicuro, tuttavia non mi è mai capitato nulla di spiacevole.

Riprendo il racconto dalla periferia di Södertälje, vicino allo Skanerinken (lo stadio dell’Hockey) e la Fotbollsarena dove di lì a poco avrei visto l’incontro Syrianska-Elfsborg.

Le origini del Syrianska non le ho ancora menzionate, ma sono fondamentalmente le stesse dell’Assyriska di cui ho parlato qualche settimana fa quando i giallorossi sono venuti ad Örebro. La comunità più numerosa di Södertälje è quella siriana cattolica (traducibile con “Syriac” in inglese), che invece nel paese di origine rappresenta solo una delle numerose minoranze. Non so bene per quale motivo abbiano deciso di costituire non una, bensì due squadre di calcio, ma posso immaginare che sia legato al velo, talvolta impercettibile, che divide la società svedese da quella straniera. Anche qui ci sono moltissimi distinguo, ad esempio in classe con me ci sono due ragazzi (su sei) con origini straniere ed entrambi sono assolutamente integrati nella società, immagino senza nessun problema di sorta. Ho però il sospetto che sia tutto molto legato alle condizioni sociali delle persone, mi spiego meglio: se studi o hai un lavoro qualificato inevitabilmente entri in contatto con chi ha radici in Svezia, se invece, per ipotesi, apri un ristorante etnico in periferia inevitabilmente rimarrai in contatto con persone del tuo stesso gruppo, un po’ per comodità (io stesso non faccio eccezione, mi fa sempre piacere incontrare italiani. Un po’ meno i turisti, ma è un altro discorso…), un po’ perchè ho il sospetto che la società svedese, per quanto aperta, apprezzi di più chi si cala totalmente nella loro realtà. Per me e molti altri c’è un discorso a parte da fare: al di là del fatto di arrivare da paesi benestanti, siamo tutte persone con un buon livello di inglese e questo non ci preclude il contatto con gli svedesi visto che il 90% di loro lo parla, mentre immagino che per un 35enne mediorientale, magari anche con un diploma, sia piuttosto un’impresa calarsi in questa società senza parlare una parola di inglese.

Tornando a Syrianska e Assyriska, fino a qualche anno fa queste squadre macinavano chilometri nelle serie minori locali fino a quando, con il boom economico di Södertälje, sono arrivati gli sponsor: nella cittadina si sono spostate le sedi di alcune delle più grosse aziende svedesi (su tutte il colosso farmaceutico Astrazeneca e la fabbrica di mezzi pesanti Scania) e hanno puntato molto sulla sponsorizzazione delle squadre più rappresentative della città e siccome, almeno qui, gli svedesi sono più impegnati a seguire l’hockey su ghiaccio (il Södertälje HC gioca nella seconda divisione nazionale), ecco che a beneficiare degli sponsor calcistici sono state queste due squadre non-svedesi, che nel frattempo hanno aperto le proprie file ad altre etnie o addirittura giocatori svedesi.

In Svezia ho contato diverse squadre con origini Siriane (o Siriac, in inglese): ce n’è una a Örebro nei dilettanti, mentre a Stoccolma un’altra squadra milita in quarta serie. Sabato, invece, avrò il piacere di veder giocare dal vivo il Dalkurd di Brage (squadra della comunità curda di Borlänge di cui ho già parlato in precedenza) che potrebbe giocarsi gli spareggi per la promozione in Superettan e incontrare, guarda un po’ Syrianska e Assyriska. Infatti i primi sono retrocessi con largo anticipo dall’Allsvenskan, mentre l’Assyriska non è riuscito a tenere il ritmo del trio di testa  ed è rimasto fuori dai giochi per la promozione.

La pappardella in realtà non è ancora finita: quattro anni fa, quando sono arrivato a Goteborg, ero rimasto colpito sia dall’eccellente livello di integrazione, sia dal clamoroso numero di stranieri che popolavano il paese. Effettivamente mi immaginavo la Svezia come un posto piuttosto isolato, in realtà ho scoperto che l’immigrazione è un fenomeno addirittura più vecchio che in Italia. So che undici giocatori non sono il giusto modo per identificare una nazione, ma se ci pensate bene in Italia, prima di Balotelli ed El Shaarawy, abbiamo avuto giusto Oshadogan e Liverani e per un brevissimo periodo di tempo, mentre qui in Svezia già durante i primi anni ’90 giocavano i vari Osmanovski, Teddy Lucic, il funambolico portiere Thomas Ravelli (cognome italiano, ma i genitori sono austriaci) nonchè il mitico Henrik Larsson, di padre capoverdiano (prese il cognome della madre). Lo stesso Zlatan è nato nei primi anni ’80 da genitori bosniaci a Malmoe, mentre da noi probabilmente giusto le grosse città iniziavano a popolarsi di stranieri.

Mi sono a lungo chiesto come avesse fatto la Svezia a rendersi così ospitale nonostante un clima così freddo, una lingua piuttosto difficile da imparare (almeno se la tua lingua madre è l’arabo o il persiano) e con un numero così grande di immigrati da gestire, tanto che oggi circa il 25% degli svedesi ha almeno un genitore di origine straniera.

La risposta più logica è che la Svezia, a differenza dell’Italia, era un paese sottopopolato rispetto alla sua estensione e, oltretutto, prima delle due guerre mondiali ha conosciuto fame e povertà, tanto da essere soggetto ad un’intensissima emigrazione verso le Americhe, per cui gli immigrati hanno portato occupazione e rinnovamento demografico. Addirittura Italia e Svezia, nel 1947, avevano raggiunto un accordo che prevedeva un costante ingresso di manodopera italiana qualificata (la Svezia, non avendo combattuto la guerra, aveva le fabbriche, ma non gli operai, l’Italia il contrario), ma andò a finire che gli italiani preferirono spostarsi in massa verso Belgio e Germania dove era necessario ricostruire ciò che la guerra aveva distrutto.

A tutto questo si aggiunge il fatto che in questo paese le cose, nella maggior parte dei casi, funzionano. Ironia della sorte, oggi ho ricevuto una lettera dallo Skatteverket, esattamente un mese dopo la mia richiesta di Personnummer (il codice fiscale svedese): mi è stato negato. Ok, non mi sto mettendo le mani nei capelli, prima di tutto perchè lo sapevo (dovrei trovare un lavoro oppure rimanere qui almeno per un anno per ottenerlo, ma, dato che il mio corso finisce a giugno, non avrei più motivi di restare), ma se non altro le tempistiche che mi sono state date, sono state anche rispettate. Inutile elencare le volte in cui questo problema mi si è presentato in Italia…

In conclusione, e temo di aver fatto davvero un minestrone gigantesco di un tema che invece è davvero molto delicato, i miei timori sulla possibile “inerzia” degli immigrati in Svezia mi sono stati chiariti da un’amica che ha lavorato per anni all’Arbetsformedlingen (l’ufficio di collocamento) e questo si ricollega alla frase con cui ho iniziato il post. Gli stranieri che arrivano qui spesso sono rifugiati di paesi in guerra o dove opinioni politiche e religiose sono messe in pericolo, per cui può capitare che essi si ritrovino per anni in campi profughi a dover decidere il loro destino. La maggior parte di loro, quindi, decide con largo anticipo di venire in Svezia, sapendo quindi cosa li aspetterà una volta raggiunto il paese. Spesso molti di loro sono privi di un’istruzione sufficiente a sostenere un lavoro, per cui lo stato si fa carico di iniziarli ad un corso di lingua ed eventualmente li aiuta a cercare un corso di qualificazione per un qualsiasi tipo di lavoro. Ai miei occhi di italiano, questo, sembrava totalmente fuori da ogni regola. In Italia una situazione del genere, oltre a provocare le ire dei miei compatrioti, verrebbe visto come un aiuto non necessario verso gli stranieri. La cosa che mi ha colpito, però, è la reazione della mia interlocutrice: uno straniero che arriva in Svezia è un po’ come un bambino, fondamentalmente si ritrova a dover studiare di nuovo, imparare una lingua e una società che non gli appartiene. Si ricostruisce ex-novo, insomma. Non mi stupisce, quindi, che in Svezia la maggior parte degli immigrati riesca, se non proprio ad integrarsi, a vivere pacificamente con le istituzioni e l’ambiente che li circonda. Allo stesso tempo, non mi meraviglio che in Italia si stia fomentando una sorta di guerra fra poveri. Non intendo andare oltre perchè le esperienze che abbiamo vissuto tutti nel nostro quotidiano sono più o meno simili e penso sia deleterio descrivere nei minimi dettagli i disagi che incontriamo quotidianamente. Da sabato, lo prometto, torno a parlare di pallone.