Frammenti da Södertälje pt 2 – Come bambini

Immagine“Ma non avete paura che dopo così tante energie spese, così tanto aiuto, loro poi decidano di non fare niente e accollarsi alla società?”
“No, perchè dopo cinque anni di continui colloqui e lezioni probabilmente sono diventati più svedesi di me”

Il giorno dopo essere andato a Södertälje ho discusso con i miei compagni svedesi sul tema dell’immigrazione. Södertälje me l’avevano descritta come un posto molto particolare, una sorta di città-ghetto a 30 chilometri a sud di Stoccolma dove a partire dagli anni ’60, nel mezzo del boom di costruzioni denominato Miljonprogram (un programma che prevedeva la costruzione di un milione di appartamenti per le classi medio-basse) si sono riversati gli immigrati da Sud America, Finlandia (prima del boom economico Suomi), Balcani e Medio Oriente. Mentre partivo dalla stazione centrale di Stoccolma alla volta di Södertälje vedevo pian piano i grattacieli diradarsi mentre si sommavano le costruzioni in stile “Sovietico”. Palazzoni che in Italia venivano gestiti dal celeberrimo IACP, destinati alla classe operaia. Non mancano nemmeno qui, ma le differenze sostanziali sono due: la prima, puramente estetica, è che queste abitazioni, per quanto anonime, sono ancora oggi ben curate; il secondo aspetto, molto più rilevante in termini di civiltà, è che ogni quartiere è comunque dotato di uffici pubblici, scuole e parchi e non è che si possa dire lo stesso di altrettanti quartieri costruiti nelle periferie italiane fra gli anni ’60 e ’70.

Una volta arrivato a Södertälje, ho girato per il classico centro cittadino svedese, un posto che poteva essere benissimo in Lapponia come nella Scania. L’unica differenza era che, una volta preso l’autobus verso lo stadio, non si vedeva una persona bionda o tipicamente nordica, tuttavia durante la mia breve permanenza non ho mai sentito una sensazione di disagio che talvolta, almeno a Milano, mi capitava.

Mi fermo e ci tengo a precisare che il sottoscritto è quanto di più lontano possibile da ogni forma di razzismo. Ho posizioni elastiche sull’immigrazione, prevalentemente legate alla sostenibilità del Welfare. Nei sette anni di frequentazione milanese ho vissuto in quartieri popolati da immigrati dove l’integrazione era un dato di fatto, mentre in altre circostanze mi sono trovato decisamente a disagio e non al sicuro, tuttavia non mi è mai capitato nulla di spiacevole.

Riprendo il racconto dalla periferia di Södertälje, vicino allo Skanerinken (lo stadio dell’Hockey) e la Fotbollsarena dove di lì a poco avrei visto l’incontro Syrianska-Elfsborg.

Le origini del Syrianska non le ho ancora menzionate, ma sono fondamentalmente le stesse dell’Assyriska di cui ho parlato qualche settimana fa quando i giallorossi sono venuti ad Örebro. La comunità più numerosa di Södertälje è quella siriana cattolica (traducibile con “Syriac” in inglese), che invece nel paese di origine rappresenta solo una delle numerose minoranze. Non so bene per quale motivo abbiano deciso di costituire non una, bensì due squadre di calcio, ma posso immaginare che sia legato al velo, talvolta impercettibile, che divide la società svedese da quella straniera. Anche qui ci sono moltissimi distinguo, ad esempio in classe con me ci sono due ragazzi (su sei) con origini straniere ed entrambi sono assolutamente integrati nella società, immagino senza nessun problema di sorta. Ho però il sospetto che sia tutto molto legato alle condizioni sociali delle persone, mi spiego meglio: se studi o hai un lavoro qualificato inevitabilmente entri in contatto con chi ha radici in Svezia, se invece, per ipotesi, apri un ristorante etnico in periferia inevitabilmente rimarrai in contatto con persone del tuo stesso gruppo, un po’ per comodità (io stesso non faccio eccezione, mi fa sempre piacere incontrare italiani. Un po’ meno i turisti, ma è un altro discorso…), un po’ perchè ho il sospetto che la società svedese, per quanto aperta, apprezzi di più chi si cala totalmente nella loro realtà. Per me e molti altri c’è un discorso a parte da fare: al di là del fatto di arrivare da paesi benestanti, siamo tutte persone con un buon livello di inglese e questo non ci preclude il contatto con gli svedesi visto che il 90% di loro lo parla, mentre immagino che per un 35enne mediorientale, magari anche con un diploma, sia piuttosto un’impresa calarsi in questa società senza parlare una parola di inglese.

Tornando a Syrianska e Assyriska, fino a qualche anno fa queste squadre macinavano chilometri nelle serie minori locali fino a quando, con il boom economico di Södertälje, sono arrivati gli sponsor: nella cittadina si sono spostate le sedi di alcune delle più grosse aziende svedesi (su tutte il colosso farmaceutico Astrazeneca e la fabbrica di mezzi pesanti Scania) e hanno puntato molto sulla sponsorizzazione delle squadre più rappresentative della città e siccome, almeno qui, gli svedesi sono più impegnati a seguire l’hockey su ghiaccio (il Södertälje HC gioca nella seconda divisione nazionale), ecco che a beneficiare degli sponsor calcistici sono state queste due squadre non-svedesi, che nel frattempo hanno aperto le proprie file ad altre etnie o addirittura giocatori svedesi.

In Svezia ho contato diverse squadre con origini Siriane (o Siriac, in inglese): ce n’è una a Örebro nei dilettanti, mentre a Stoccolma un’altra squadra milita in quarta serie. Sabato, invece, avrò il piacere di veder giocare dal vivo il Dalkurd di Brage (squadra della comunità curda di Borlänge di cui ho già parlato in precedenza) che potrebbe giocarsi gli spareggi per la promozione in Superettan e incontrare, guarda un po’ Syrianska e Assyriska. Infatti i primi sono retrocessi con largo anticipo dall’Allsvenskan, mentre l’Assyriska non è riuscito a tenere il ritmo del trio di testa  ed è rimasto fuori dai giochi per la promozione.

La pappardella in realtà non è ancora finita: quattro anni fa, quando sono arrivato a Goteborg, ero rimasto colpito sia dall’eccellente livello di integrazione, sia dal clamoroso numero di stranieri che popolavano il paese. Effettivamente mi immaginavo la Svezia come un posto piuttosto isolato, in realtà ho scoperto che l’immigrazione è un fenomeno addirittura più vecchio che in Italia. So che undici giocatori non sono il giusto modo per identificare una nazione, ma se ci pensate bene in Italia, prima di Balotelli ed El Shaarawy, abbiamo avuto giusto Oshadogan e Liverani e per un brevissimo periodo di tempo, mentre qui in Svezia già durante i primi anni ’90 giocavano i vari Osmanovski, Teddy Lucic, il funambolico portiere Thomas Ravelli (cognome italiano, ma i genitori sono austriaci) nonchè il mitico Henrik Larsson, di padre capoverdiano (prese il cognome della madre). Lo stesso Zlatan è nato nei primi anni ’80 da genitori bosniaci a Malmoe, mentre da noi probabilmente giusto le grosse città iniziavano a popolarsi di stranieri.

Mi sono a lungo chiesto come avesse fatto la Svezia a rendersi così ospitale nonostante un clima così freddo, una lingua piuttosto difficile da imparare (almeno se la tua lingua madre è l’arabo o il persiano) e con un numero così grande di immigrati da gestire, tanto che oggi circa il 25% degli svedesi ha almeno un genitore di origine straniera.

La risposta più logica è che la Svezia, a differenza dell’Italia, era un paese sottopopolato rispetto alla sua estensione e, oltretutto, prima delle due guerre mondiali ha conosciuto fame e povertà, tanto da essere soggetto ad un’intensissima emigrazione verso le Americhe, per cui gli immigrati hanno portato occupazione e rinnovamento demografico. Addirittura Italia e Svezia, nel 1947, avevano raggiunto un accordo che prevedeva un costante ingresso di manodopera italiana qualificata (la Svezia, non avendo combattuto la guerra, aveva le fabbriche, ma non gli operai, l’Italia il contrario), ma andò a finire che gli italiani preferirono spostarsi in massa verso Belgio e Germania dove era necessario ricostruire ciò che la guerra aveva distrutto.

A tutto questo si aggiunge il fatto che in questo paese le cose, nella maggior parte dei casi, funzionano. Ironia della sorte, oggi ho ricevuto una lettera dallo Skatteverket, esattamente un mese dopo la mia richiesta di Personnummer (il codice fiscale svedese): mi è stato negato. Ok, non mi sto mettendo le mani nei capelli, prima di tutto perchè lo sapevo (dovrei trovare un lavoro oppure rimanere qui almeno per un anno per ottenerlo, ma, dato che il mio corso finisce a giugno, non avrei più motivi di restare), ma se non altro le tempistiche che mi sono state date, sono state anche rispettate. Inutile elencare le volte in cui questo problema mi si è presentato in Italia…

In conclusione, e temo di aver fatto davvero un minestrone gigantesco di un tema che invece è davvero molto delicato, i miei timori sulla possibile “inerzia” degli immigrati in Svezia mi sono stati chiariti da un’amica che ha lavorato per anni all’Arbetsformedlingen (l’ufficio di collocamento) e questo si ricollega alla frase con cui ho iniziato il post. Gli stranieri che arrivano qui spesso sono rifugiati di paesi in guerra o dove opinioni politiche e religiose sono messe in pericolo, per cui può capitare che essi si ritrovino per anni in campi profughi a dover decidere il loro destino. La maggior parte di loro, quindi, decide con largo anticipo di venire in Svezia, sapendo quindi cosa li aspetterà una volta raggiunto il paese. Spesso molti di loro sono privi di un’istruzione sufficiente a sostenere un lavoro, per cui lo stato si fa carico di iniziarli ad un corso di lingua ed eventualmente li aiuta a cercare un corso di qualificazione per un qualsiasi tipo di lavoro. Ai miei occhi di italiano, questo, sembrava totalmente fuori da ogni regola. In Italia una situazione del genere, oltre a provocare le ire dei miei compatrioti, verrebbe visto come un aiuto non necessario verso gli stranieri. La cosa che mi ha colpito, però, è la reazione della mia interlocutrice: uno straniero che arriva in Svezia è un po’ come un bambino, fondamentalmente si ritrova a dover studiare di nuovo, imparare una lingua e una società che non gli appartiene. Si ricostruisce ex-novo, insomma. Non mi stupisce, quindi, che in Svezia la maggior parte degli immigrati riesca, se non proprio ad integrarsi, a vivere pacificamente con le istituzioni e l’ambiente che li circonda. Allo stesso tempo, non mi meraviglio che in Italia si stia fomentando una sorta di guerra fra poveri. Non intendo andare oltre perchè le esperienze che abbiamo vissuto tutti nel nostro quotidiano sono più o meno simili e penso sia deleterio descrivere nei minimi dettagli i disagi che incontriamo quotidianamente. Da sabato, lo prometto, torno a parlare di pallone.

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