Natale in casa d’altri – Lista della spesa

HosinerLo scorso anno, in questo periodo, avevo scritto un’improbabile lista della spesa per il mercato di riparazione invernale, il tutto sul blog dell’amico Massimo Prosperi, Nuncasinfutbol.

Oggi festeggiamo il Natale da lui e andiamo a vedere che fine hanno fatto gli improbabili bomber del 2012 durante questi ultimi 12 mesi. Si salvano in pochi, su tutti Philip Hosiner dell’Austria Vienna.

La settimana prossima, sullo stesso blog, pubblicherò i 10 bomber improbabili del 2013. Nel frattempo, Buon Natale a tutti e ci ritroviamo nel 2014 con un nuovo template!

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Pansotti al sugo di Noci – Io e Vincenzo Sarno, conviene accontentarsi

1483337_10202751277123793_948032430_nScribacchiare di Virtus Entella-Cremonese mentre si guarda il derby di Milano è un po’ il controsenso in natura, ma vuoi mettere parlare dei fischi a Caridi e della magia del “Comunale” di Chiavari, o della capolista ligure nell’ultimo turno prima di Natale?

Si torna in Italia per una decina di giorni, ma Telecronachedinarnia continua. Complici un paio di giorni a Milano, parto alla volta di Chiavari dalla stazione di Rogoredo, di fronte a quella che doveva essere la mia sede di lavoro e invece è rimasta, e probabilmente rimarrà, una grossa chimera: la sede di Sky.

Arrivato nell’amabile cittadina ligure, mi ricordo tutto d’un tratto perchè mi piace salire su treni discutibili e passare una giornata fuori casa per soli 90′: non c’è Eskilstuna o Degerfors che tenga, la focaccia lì non c’è. Il mare nemmeno.

A riportarmi sulla Terra e, per la precisione, in Italia, ci sono le urla belluine di un gruppo di ragazzi che, a pochi metri di distanza, scopro giocare a calcio. Le bestemmie e gli insulti all’autorità arbitrale non si contano: si stanno affrontando due terribili squadre di Seconda o Terza Categoria, manifestando tutto il meraviglioso malcostume del nostro calcio. Mi riconcilia con la situazione un gol su punizione realizzato nei 5′ in cui ho assistito alla partita da bordo campo, segnato da un individuo che fino a poco prima stava cercando di guadagnarsi una Highway to Hell inveendo contro il direttore di gara.

Pranzo da Paganini: è l’unico ristorante aperto in zona stadio e mi accoglie la proprietaria. Sono il primo cliente della giornata. “Vorrei mangiare” e mi guarda come se le avessi chiesto se è in possesso di plutonio, ma siamo in Liguria e probabilmente avrete già visto le scenette di Colorado Cafè di Balbontin che maltratta i clienti di un ristorante genovese.

Mentre gusto i miei pansotti al sugo di noci, vengo pervaso dalla voce di Pinuccio Brenzini. Per chi non lo conoscesse, è il radiocronista ufficiale del Genoa e la sua voce veniva irradiata in tutto il locale durante la partita del Grifone a Bologna, a beneficio del sottoscritto e di una giornalista, che scoprirò essere di Cremona, dal decolletè abbondante. Sulla collega giunonica non riesco a dare maggiori dettagli, mentre Brenzini è una specie di gemello rossoblu del compianto Alfredo Provenzali, una specie di tuffo nel passato. Nel ristorante, entra un signore che assomiglia ad Ettore Andenna e mi saluta. Ricambio cordialmente.

Allo stadio, Entella-Cremonese finisce 0-0, rotondo come due sbadigli, da notare c’è solo Vincenzino Sarno: a fine anni ’90 diventò una specie di celebrità perchè capace di magie che lo avrebbero potuto proiettare, più che giovanissimo, nell’Olimpo del pallone, ma, come altri sfortunati colleghi, su tutti mi viene in mente Freddy Adu, si è dovuto accontentare di una Lega Pro forse un po’ stretta, condannato dal clamore dei suoi undici anni e da un fisico che non è mai esploso. Proprio su di lui mi ritrovo a dire ”Ma dai, non sapevo che fine avesse fatto”, e scopro che lo scorso anno era pure alla Reggina e al Lanciano in Serie B, insomma, ne ho perso le tracce solo perchè non le ho mai seguite. Non lo faccio mai con nessuno e, forse, è per questo che stamattina non mi sono fermato alla sede di Sky e ho tirato dritto per un centinaio di chilometri.

Örebro come Caracas – Mila e Shiro, finalmente un pomeriggio normale

2013-12-15 16.00.20Sembra strano, ma questo è l’ultimo post svedese per il 2013. Ho in mente ancora qualcos’altro, ma sarà in Italia, giacchè giovedì farò ritorno con un volo economico della Ryanair.

Ieri, approfittando del posticipo della Juve e di un paio di commissioni che dovevo fare in centro, sono partito da Bricke di buon’ora per andare a vedere la pallavolo femminile. Rispetto ad altri sport che ho seguito qua in Svezia, non sono totalmente a digiuno di volley.

Alcuni anni fa, a Novi, sia la maschile che la femminile giocavano fra i professionisti e si era pure giocata una final-six di Coppa Italia. Insomma, non sono un totale analfabeta, ma ovviamente mi sono recato al Palasport senza aver letto nulla delle due squadre. A salvarmi, ci ha pensato il match program, una cosa molto civile per gli spettatori meno informati, lo fanno praticamente in tutte le categorie di tutti gli sport. Anni fa provai a stamparne alcune copie per la squadra con cui lavoravo come addetto stampa, ma mi sono sentito dire “Lo sai quanto costa tutta quella carta?” e non ho più proseguito.

E’ anche uno degli sport che mi diverte giocare, probabilmente anche più del calcio, forse perchè mi riesce meglio. Essendo fondamentalmente una persona pigra e con dei piedi non eccelsi, a calcio posso permettermi solo un ruolo “alla Pirlo fra tre anni”. Posizione statica, pressochè immobile, in mezzo al campo e occhio attento ai compagni liberi, specie se il marcatore non si accorge che è l’unica cosa che riesco a fare. Nella pallavolo riesco a essere un po’ più partecipe al gioco, anche se in tutta la mia carriera (cinque anni di superiori nelle partite di educazione fisica) non credo di essere mai riuscito a fare un ace corretto.

Come dicevo, dovevo compiere un paio di commissioni (fra cui pagare l’affitto di casa, si può fare anche di domenica) e mi sono concesso una passeggiata nel centro di Örebro, pattugliato dalla polizia all’inverosimile. Questo perchè, il giorno prima, nel mezzo dei mercatini di Natale, una guerra fra gang è culminata con una sparatoria ed un ferito grave, un membro di una delle due bande, nella centralissima Piazza Nikolai.

Che fossimo nella Svezia centrale, e non a Caracas, me lo ricordava l’imperturbabile pioggerellina che non mi ha lasciato scampo durante tutta la passeggiata.

Mentre pagavo l’affitto, si è rotto il registratore di cassa e per un po’ ho temuto di aver perso definitivamente i 300 euro appena pagati. Questo mi ha convinto che sarei arrivato in ritardo al match di pallavolo, Örebro-Svedala, con le nostre al penultimo posto in classifica con 8 punti e lo Svedala, dallo Skåne, seconde a 22.

In realtà ero in ritardo solo secondo la mia scaletta, perchè, per qualche motivo, mi ero convinto che la gara sarebbe iniziata alle 15, mentre in realtà si trattava delle 16.

Dopo un’ora trascorsa a non far niente (unica nota di cronaca, ogni volta che guardavo score addict, l’Alessandria segnava un gol contro il Bra. E’ finita 5-0 e solo perchè dopo un po’ ho desistito), è iniziata la partita. Stavolta non ci sono commenti divertenti da fare, osservazioni argute, nulla di che. E’ stata una bella partita di pallavolo, forse poco combattuta vista la differenza fra le squadre (perentorio 3-0 dello Svedala e Örebro in partita solo nella prima metà del secondo set).

Alla fine, l’Örebro non mi é neanche parsa una brutta squadra, ha commesso relativamente pochi errori e un paio di giocatrici, da quasi-profano, mi sono sembrate di buon livello. Eriksson si è guadagnata la palma della migliore in campo fra le sue compagne, ma anche il libero Cavretti, un cognome curiosamente italiano, si è distinta bene in fase di ricezione.

Insomma, tutto questo per il primo pomeriggio sportivamente normale, l’ultimo del 2013. I -5° dell’arena del bandy li ho dimenticati in fretta, e non avrei potuto fare altrimenti viste le due ore di prossimità al decesso che mi sono conquistato lo scorso week-end.

Da domenica si torna al calcio e lo farò in uno dei pochi stadi del nord Italia che ancora manca al mio appello.

A proposito, ovviamente con questo post non si conclude la marea di parole senza senso di questo blog, mi inventerò qualcosa da fare per il 2014, visto che l’Allsvenskan riposerà fino all’ultima settimana di marzo.

La pizzeria di Viale Norrköping – Una storia a 300 kmh

2013-12-01 14.14.37Durante i primi giorni della mia permanenza ad Örebro ero privo di bici e preferivo evitare gli autobus, decisamente poco economici per una cittadina di 100mila abitanti e poco piú.

Nelle lunghe passeggiate verso il centro, devo scendere dalla montagnola di Bricke, percorrere tutto Viale Norrköping, parte di Via Rudbeck e poi girare a destra una volta arrivato a Piazza Våghus. Piú o meno a metá di Viale Norrköping, c’é l’incrocio con Viale Hjälmar.

Ok, non sará romantico come “Grande Raccordo Anulare”, ma, appena ho visto quella statua, ho capito si trattava di lui. Non sapevo fosse nativo di Örebro, ma era difficile sbagliarsi, perché la Svezia, di piloti di Formula Uno, ne ha prodotti pochini.

Ronnie Peterson é stato un campione inespresso della F1, penalizzato forse dal fatto di non essere mai stato prima scelta delle scuderie, almeno le piú competitive, per cui aveva militato.

Il suo anno di gloria fu il 1973, quando riuscí a mettere in fila cinque vittorie nel campionato mondiale. Vittorie che non gli bastarono a tenere la scia di tal Niki Lauda, in forza alla Ferrari.

Tutte queste informazioni, lo ammetto, sono andato a cercarle su Wikipedia, visto che, dopo aver sperato per anni in un trionfo del Cavallino, ho perso interesse per le quattro ruote una volta che le vittorie di Schumacher erano diventate la norma anziché l’eccezione.

In Svezia, Ronnie Peterson era praticamente un idolo. Il primo e fin’ora unico grande pilota locale ad essere divenuto competitivo nel mondiale di Formula Uno.

Nel 1978, il mondiale fu un discorso tutto interno alla Lotus, dove peró il predominio di Mario Andretti veniva dettato anche dalle dinamiche interne alla scuderia. In realtá, si arrivó ad una manciata di Gran Premi dal termine con il titolo ancora in bilico fra i due compagni di squadra, tanto che Peterson si portó a pochi punti dall’amico e rivale andando a vincere in Austria, mentre l’italoamericano si ritirava a gara in corso. In Olanda, al passaggio successivo, vinse Andretti, lasciandosi alle spalle proprio lo svedese. All’appello mancavano ancora il Gran Premio di Monza e le due tappe nordamericane a Watkins Glen (Usa) e Montreal (Canada).

Erano anni in cui, almeno una volta all’anno, un pilota di F1 salutava anzitempo la vita terrena. Questo era dovuto alla precarietá delle vetture, alle regole non sempre definite che comportavano incidenti molto gravi e ai circuiti adatti allo spettacolo, ma non alla sicurezza dei piloti. Ci volle il duplice incidente ad Imola, l’infausto 1 maggio 1994, per far si che le morti di Ayrton Senna e Roland Ratzenberger spingessero i colleghi a chiedere ufficialmente una modifica dei percorsi durante quella stagione e, almeno da allora, sulle quattro ruote non si é piú dovuto piangere.

Il dramma avvenne alla prima curva del GP di Monza, quando, anche a causa di una partenza avvenuta mentre le auto di coda stavano ultimando il giro di ricognizione, sette vetture si scontrarono violentemente. Ebbero la peggio Vittorio Brambilla, che nonostante una frattura al cranio riuscí a competere anche l’anno successivo, e proprio Peterson. Estratto dalla vettura in fiamme, lo svedese aveva riportato diverse fratture alle gambe che, per quanto gravi, non sembravano fargli correre un rischio cosí grosso.

Trasportato al Niguarda, morí il mattino seguente a causa di un’embolia e non si capí mai se i medici commisero un errore nel tentativo di ricostruire le fratture o se non si accorsero del peggioramento delle sue condizioni durante la notte. Il suo ritiro comportó la vittoria matematica del titolo per Mario Andretti, il quale non celebró mai il successo per rispetto nei confronti del suo compagno di squadra.

Due fantasmi aleggiano assieme alla statua di Ronnie e della sua vettura, all’incrocio fra Viale Norrköping e Viale Hjälmar: uno é quello del circuito di Anderstorp, che pochi anni dopo venne chiuso in seguito allo shock nazionale per la perdita di un grande idolo. L’altro, ben piú grave, é quello della moglie Barbro, che mai riuscí a superare la tragedia e si suicidó nel 1987.

Non so se sia voluto o meno, e ad ogni modo il cattivo gusto é decisamente imperante, ma, ad una ventina di metri dalla statua, sorge un ristorante italiano. Si chiama, manco a dirlo, Pizzeria Monza.

Io no spik english – Ricominciare da Type Magazine

IMG_4498Ho scritto i miei primi articoli fra il 2004 e il 2005. A rileggerli oggi, mi vien quasi da ridere a leggere le iperboli, i tentativi di frasi ad effetto e le innumerevoli correzioni che i caporedattori infliggevano ai miei pezzi.

Penso, o meglio spero, di essere migliorato nel frattempo, però dal 2011 ho praticamente smesso di scrivere per dedicarmi alla radio. Ora ho ricominciato, in piccolo e, soprattutto, in inglese. Una lingua che non è mia, che riesco a padroneggiare abbastanza bene nel parlato, ma che, quando si tratta di buttare giù un pezzo, mi ha fatto capire quanto è difficile buttarsi in un’impresa del genere. Tanto per rimanere nell’impossibile, sto cercando di realizzare un reportage sulla criminalitá organizzata in qui ad Örebro.

Se vi va, ma solo se vi va, ecco due articoli di Type Magazine, la rivista che pubblichiamo una volta al mese coi miei compagni di corso.

Nolltaxa – 12.500 firme per viaggiare gratuitamente in autobus

Un giro per i bar di Örebro durante Svezia-Portogallo

E ora qualcosa di completamente svedese – Penguins and Polar Bears

2013-12-08 15.22.01Non è una domenica di primarie, almeno qui ad Örebro. Le polemiche sui due euro le lascio a chi ha preferito spenderli per un Gratta e Vinci, anche perché qui, nel profondo Nord, credo sia piú offensivo proporre un prezzo di 100 corone (ergo 11 euro e spiccioli) per una partita di bandy.

Cos’é il bandy?

E’ una cosa tanto svedese quanto le köttbullar (polpette), l’Ikea e Ingmar Bergman. Ho il sospetto che sia uno sport inventato in Nord America ed esportato in quel del nord Europa, tanto che ai mondiali vincono puntualmente le solite tre squadre: Svezia, Russia e Finlandia.

L’idea di andare a vedere una partita di bandy mi é venuta dopo essere andato allo stadio dell’Hockey, entusiasmandomi per una partita di uno sport che mai e poi mai mi sarei permesso di guardare in Italia. Le aspettative erano pessime (giornata di dicembre da passare in un palazzetto dello sport congelato) e invece si sono rivelate ottime (spettacolo, gol, risse e ambiente riscaldato).

Oggi era in programma Örebro SK (come la squadra di calcio, una polisportiva, anche se la maglia é stranamente gialla) contro il fanalino di coda della seconda divisione svedese Härnosand, proveniente dal Norrland.

2013-12-08 14.44.18Siccome ha nevicato l’ira di Dio (qui un distributore di fronte al palazzo del ghiaccio), mi era impossibile andare in giro in bici e ho deciso di fare un’allegra passeggiata in mezzo alla tormenta. In realtá é stata davvero allegra, lo giuro. Il freddo normalmente non mi dá fastidio e, se a paritá di condizioni mi dovessero offrire un lavoro a Nouackhott (Sahara Mauritano) o Alert (agglomerato umano piú settentrionale del pianeta, temperatura media -28, Canada), opterei per quest’ultimo. Nei quattro chilometri che separano casa mia dalla Behrn Arena, ho incontrato una serie di persone fare footing. Con quaranta centimetri di neve. Footing. Uno di loro mi sembrava il capitano dell’Örebro (calcio), Magnus Wikström, ma non ho avuto il coraggio di fermarlo e chiedergli se fosse lui. E’ pure passata una che sembrava mia mamma, ma non ho avuto il coraggio di fermarla e chiederle se fosse lei, perché poteva pure essere. E mi avrebbe sgridato perché ero vestito troppo leggero (mio abbigliamento: giacca a vento imbottita, felpa grigia, felpa verde, maglietta, maglietta della pelle).

A proposito di calcio, il bandy é definito dagli svedesi “Vinter-fotboll”, letteralmente “il calcio d’inverno”, questo perché si gioca 11 contro 11, i tempi durano 45 minuti (piú recupero, l’unico altro sport a contemplarlo) su un campo grosso 45 m x 90 m. In comune con l’hockey ha giusto il ghiaccio e le mazze. Non c’é il puck, ma una pallina arancione minuscola che ho perso di vista almeno 20 volte durante la partita e in 90′ ho contato solamente una rissa. Siccome d’inverno il campionato di calcio é fermo, molti giocatori si dilettano nel bandy ed é il caso di Marcus Astvald, attaccante del Degerfors, ex Örebro, che la squadra giallonera ha tesserato poche settimane fa. Oggi, purtroppo, non era in campo.

Tutta la poesia attorno a questo evento si é dissolta quando sono entrato alla Behrn Arena (quella del bandy, ce ne sono altre tre nel raggio di 200 metri per cinque sport diversi): meno di 100 spettatori, tifo organizzato composto da individui che vedrei bene nei panni di Babbo Natale in un grande magazzino e il signore all’ingresso che, mentre guardavo i Pepparkakor in omaggio, mi invita a prenderne uno. Non lo capisco. Mi ripete la cosa in inglese. “Are you finnish?” Fermi tutti, qui in Svezia mi hanno scambiato per iraniano, turco, polacco e una volta, non sto scherzando, indiano. Finlandese. Per una volta, il mio pseudonimo di Facebook ha senso.

Sono state due ore lunghissime, pari a quelle di un Acqui-Villalvernia visto con dei colleghi a -5 il giorno dell’Epifania di un paio di anni fa, con la differenza che questa volta ho dovuto pagare 100 corone per vedere la partita, ho perso due gol perché non riuscivo a seguire la microscopica pallina arancione e in tribuna ho incrociato un ragazzo che avevo giá visto, ma ovviamente, come spesso accade un po’ a tutti, non avevo idea di come si chiamasse, né la sua ragione sociale all’interno della mia esistenza, per cui mi sono seduto il piú possibile lontano da lui per evitare eventuali dialoghi imbarazzanti, probabilmente passando per antisociale. Ad ogni gol (é finita 5-1 per l’Örebro), l’annuncio dello speaker arrivava cinque minuti dopo la realizzazione, a rendere ancora piú surreale l’atmosfera.

A casa, ci sono tornato in autobus, chiedendomi come ha fatto questo popolo a resistere oltre mille anni a queste temperature, senza riscaldamento, senza il bandy alla domenica pomeriggio e senza lasciarsi invadere da un impero romano qualsiasi.

1, 2, 3 Merda! – Una nuvola non fa il paradiso, ma…

2013-09-24 20.32.50Avevo giá pronta la chicca per questa settimana, inerente allo sport, ma non al calcio come, invece, gran parte di questo blog. Ho deciso di rimandarla di qualche giorno visto che, nell’ultimo week-end, si é parlato molto del comportamento dei tifosi negli stadi italiani.

La cosa che personalmente mi ha sconvolto di piú é stato l’incredibile imbarazzo e perbenismo creato da parte della stampa quando, ad ogni rinvio del povero Brkic, pure i bambini sistemati nelle curve bianconere, in seguito alla squalifica della federazione, hanno urlato il classico “Merda!”. Non lo dico per partigianeria o chissá cos’altro, ma reputo l’atteggiamento di molti colleghi e di alcuni tifosi decisamente squallido. Prima di tutto perché ci si immagina i bambini come oasi di santitá, puri e immacolati, mentre vi posso garantire che giá vent’anni fa, quando io stesso ero un bambino delle elementari, in classe volavano parolacce e bestemmie. Ridicola, poi, la multa inflitta da Tosel, al quale probabilmente da un po’ di tempo mancavano i titoli delle prime pagine. Conoscendo l’ambiente, a Torino si urla “Merda” al rinvio del portiere sin da quando lo Juventus Stadium é stato inaugurato e, piú che un insulto, é diventata quasi una scaramanzia, un augurio che il rinvio del medesimo non vada a buon fine. Pareri.

Quello che mi preme di piú, tuttavia, é come non si sia assolutamente calcato la mano su eventi secondo me ben piú gravi: a Bergamo e Perugia si sono registrati scontri fra ultras, persone adulte e con diritto di voto. I medesimi scontri sono stati esaltati sui vari forum dedicati al tifo organizzato come esempi di “lealtá” fra fazioni opposte (no coltelli etc etc). La sola idea che un individuo possa pensare una cosa del genere mi fa venire il vomito. Ok, il calcio é malato, ma, se gli ultras si autoconsiderano la parte pulita di tutto questo e le societá continuano a coprirne gli atteggiamenti (sará stata una trovata commerciale, ma almeno la Juve ha evitato il reclamo dopo gli episodi di discriminazione territoriale, sul cui capitolo ci sarebbe da discutere per ore), che questo calcio muoia.

Che cosa c’entra con la Svezia? Volevo fare una piccola analisi su stadi, comportamento dei tifosi e gruppi organizzati che popolano questo paese.

Chiaramente fare dei paralleli é difficile: stiamo parlando di un paese in cui le grosse cittá si contano sulle dita di una mano e dove il campanilismo é davvero poca cosa, sentito al massimo fra i tre centri piú grossi e senza ragioni storiche rilevanti.

Stadi: come in Inghilterra (ma ormai in quasi tutti i paesi civili, tolto uno), non ci sono limitazioni particolari fra il pubblico e il campo. Fra i dilettanti, addirittura non esiste nessuna divisione, sono andato a vedere una partita di sesta serie e le tribunette in legno erano a due metri dalla linea laterale, senza nessun’ostacolo e tutto é andato per il verso giusto, nonostante il match fosse molto delicato.

La maggior parte degli impianti é sponsorizzata, o, come nel caso di Stoccolma e Göteborg, di proprietá dei privati. A Stoccolma la nuovissima Friends Arena é gestita da una societá ad hoc, sulla quale recentemente sono stati sollevati dubbi riguardo alla stabilitá economica del progetto, mentre tutti gli stadi di Göteborg (compreso il palazzo del ghiaccio, lo Scandinavium) sono sotto l’egida di un’unica compagnia che li amministra. Nella mia Örebro, il vecchio Eyravallen é stato ricostruito da capo a piedi e ribattezzato “Behrn Arena”, sponsorizzato da una grossa catena alberghiera locale. Nel giro di qualche mese sono stato al Söderstadion di Stoccolma (ora demolito), alla Behrn, al Gamla Ullevi di Göteborg, a Degerfors e alla Fotbollsarena di Södertälje, piú altri impianti minori.

In tutti questi stadi é possibile almeno consumare un pranzo su tavolini sistemati all’esterno (é il caso di Degerfors), mentre alla Behrn e al Gamla, dentro lo stadio, vi sono innumerevoli negozi e fast-food, in ossequio a quell’esempio di “stadio per la famiglia” tanto decantato quando si parla di riammodernare gli impianti. Alla Behrn e alla Fotbollsarena, addirittura, l’intero complesso é unito logisticamente ad altri impianti dove si gioca ad hockey o basket, dentro i quali sono presenti altrettante attivitá commerciali.

Tutto questo avviene in un paese dove il calcio non é uno sport che fa girare milioni di euro come da noi (al massimo lo fa l’hockey, ma su cifre piú ridotte) e dove il livello tecnico é decisamente latitante, questo mi porta al secondo paragrafo

Comportamento dei tifosi: ho seguito qualche decina di partite in Svezia e non ho mai assistito a scontri, episodi di violenza o razzismo. Sulle tribune, e anche in curva, sono presenti bambini, anziani e famiglie. Non é un paradiso di correttezza, spesso mi é capitato di sentire fischi rivolti agli avversari (solo per il fatto di essere avversari, nessuna ragione politico-razziale) e qualche episodio grave é avvenuto anche recentemente, ma in generale l’atteggiamento é molto positivo. Il merito é dovuto anche alla vigilanza privata: gli steward si limitano a staccare i biglietti e garantire il funzionamento dei tornelli, mentre all’interno sono presenti, a seconda dell’evento, un determinato numero di guardie private. Queste guardie sono riconoscibili da una divisa (identica in tutto il paese anche se le compagnie sono private) e si notano spesso all’ingresso dei club e delle discoteche al venerdí e al sabato, quando il loro compito sta nel limitare eventuali episodi di violenza o molestia dovuti all’alcool e, nella maggior parte dei casi, ci riescono.

Tifoserie organizzate: I tifosi qui in Svezia hanno diritto ad un rappresentante all’interno del consiglio di amministrazione del club, ma la struttura delle societá é composta da soci piú o meno come accade nel caso dei club spagnoli. L’Örebro, dopo il fallimento del 2004, é stato addirittura ricostruito dai tifosi medesimi che portano avanti il progetto tramite una cooperativa.
I gruppi piú pericolosi sono quelli di Göteborg, Stoccolma e Malmö, i tre centri principali, e ad Helsingborg. Si sono resi responsabili di una serie di incidenti nell’ultimo periodo, fra cui una mega rissa a pochi chilometri da Örebro (a Laxå per la precisione) dove, lontani da eventi sportivi, si erano dati appuntamento per una colluttazione durata qualche minuto prima dell’intervento delle forze dell’ordine (ma i responsabili si erano giá dileguati). Negli stadi, gli eventi piú incresciosi sono avvenuti a Stoccolma nel 2004 quando l’AIK retrocesse per mano dei rivali dell’Hammarby, tanto che i gialloneri giocarono l’ultima gara del torneo a porte chiuse, nel 2009 a Malmö durante il derby con l’Helsingborg, nel 2010 una partita del torneo giovanile Gothia Cup fra IFK e Baghdad venne sospesa per invasione dei tifosi irakeni, nel 2011 a Södertälje quando i tifosi dell’AIK lanciarono bombe carta contro i tifosi del Syrianska, mentre quest’anno é stata sospesa (e vinta a tavolino dal Syrianska) la partita contro il Djurgården per una lattina che aveva colpito un giocatore. A Örebro, durante questa stagione, c’é stato un breve e limitato scontro nel parco antistante lo stadio prima del derby col Degerfors. L’unica vittima del calcio in Svezia é stato Tony Deogan, ultras dell’IFK accoltellato prima della partita contro l’AIK a Stoccolma in un parco non lontano dal vecchio Rasunda.

Tutto questo ha una sola ragione, a mio avviso rilevante, ma anche estremamente difficile da estirpare: il fattore culturale. Si parla spesso di modello inglese e di come i club siano riusciti, a costo di dover ricostruire da zero gli impianti (dopo Hillsborough nel 1989, ma lí la responsabilitá era degli organizzatori), a togliere di mezzo gli hooligans che avevano provocato il disastro dell’Heysel, tuttavia la societá inglese rimane ancora ricca di grosse diseguaglianze che spesso hanno portato a riots, sia in periferia che in cittá. Molto semplicemente, questi episodi si sono allontanati dagli stadi dove le societá hanno applicato l’unica arma possibile: hanno alzato i prezzi, scegliendo un target di pubblico diverso da quello precedente.

In Italia una cosa del genere é possibile, alle condizioni attuali? Non credo. La crisi e le troppe interferenze dei gruppi organizzati con le societá di calcio lo impedirebbero. Si rischierebbe da un lato di avere gli stadi deserti perché in pochi si possono permettere di spendere centinaia di euro per una partita, dall’altro una serie di ricatti che gli ultras porterebbero alle societá.

Il percorso é lungo. La Svezia non ha debellato il fenomeno della violenza, ma lo ha reso comunque limitato alle stesse frange ultras, che spesso si trovano costrette a “darsi appuntamento” in territori non sportivi per sfogare le proprie pulsioni, poiché altrimenti rischierebbero mesi o anni di detenzione o arresti domiciliari. Per l’aspetto culturale, ci sono alle spalle 80 anni di democrazia e welfare, ora in declino, ma comunque ereditati da un sistema che bene o male ha sempre funzionato. Qui.