Come Ezio Luzzi – Selezione naturale

orebrobrageIl periodo di povertà e confino si sta facendo decisamente pesante. Quale occasione migliore, quindi, per cercare una morte lenta e volontaria, se non quella di andare a vedere la prima amichevole dell’anno per l’Örebro?

Örebro-Brage l’avevo giá vista lo scorso anno con in palio i tre punti e credo che il secondo tempo sia stato uno degli eventi più noiosi in un qualsiasi sport. Questa volta ho evitato di trascinarmi dietro amici e parenti, rifugiandomi nei -6 della Behrn Arena e arrivando giusto in tempo per l’unico gol, un’autorete per la precisione, che ha permesso all’Örebro di vincere la prima uscita stagionale.

Incredibile, ma vero, qualcuno si é anche preso la briga di riprendere la partita e caricare il gol decisivo sul sito del giornale locale.

A differenza dello scorso anno, ci sono due categorie di gap: bianconeri in Allsvenskan, Brage retrocesso praticamente alla terza di andata dello scorso campionato cadetto. Nonostante questo, almeno un migliaio di spettatori sugli spalti c’erano, creando effetti abbastanza curiosi come il “clap clap” degli applausi, un rumore sordo ed inedito visto che nessuno era sprovvisto di guanti, pena la selezione naturale (che comunque credo abbia già fatto il suo corso nei casi più disperati). Tanto era il freddo, che gli ultimi venti minuti li ho visti nel bar sopra le tribune. Altra curiosità (non mi era mai successo di vedere la partita dalla “sala vip”), il bar é insonorizzato e sembrava di vedere una partita di calcio giocata dentro una vasca di pesci rossi.

Tutto questo, comunque, a nessun pro. Uno potrebbe dire “Beh, vorrai vedere come si muove l’Örebro prima di seguirlo in campionato” e menate varie, invece in questi giorni la società di Live Reporting per cui lavoro mi ha assegnato il Degerfors come titolare (l’avevo già seguito lo scorso anno in una circostanza) mentre per i bianconeri sarò solo riserva. Come il miglior Ezio Luzzi, rimango confinato in cadetteria.

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Sbatti il mostro in prima pagina – Follow up

La settimana da povero disgraziato prosegue. Sono riuscito, non senza imbarazzo, a ottenere in prestito un po’ di “vil danaro” da un amico, anche perché altrimenti avrei dovuto trovare spazio per un laboratorio di metanfetamine. ÖreBreaking Bad.

Nel frattempo del mio pietoso caso si é occupato anche il giornale locale, Nerikes Allehanda, pubblicando una foto in cui appaio curiosamente sdentato e con un colorito non esattamente salutare.

Racconta fondamentalmente di come la compagnia proprietaria del bancomat si sia sbattuta le balle del mio caso nello specifico. In realtà il collega si é dimenticato di menzionare come, per me, sia impossibile accedere ad un conto in banca svedese non avendo ottenuto il Personnummer (codice fiscale) vista la mia permanenza di solo un anno. In questo modo, contrariamente a come consigliato dal gestore del Kontanten, non posso stipulare nessun contratto valido per proprietà di alcun genere e finisco per sembrare una persona burocraticamente pigra, anziché vittima delle circostanze. Amen.

Comunque, se non mi investe un camion o non mi rapiscono i rettiliani, da domani si torna a seguire il calcio. Alle 13:00, a -8 gradi, si gioca Örebro-IK Brage.

Povero in cinque minuti – Una storia non di sport

Bancomat_guastoOggi niente storia sportiva. Ieri pomeriggio sono uscito, con tutte le mie buone intenzioni, per andare a vedere la pallamano alla Behrn Arena, l’unico sport al coperto che mi mancava prima di tornare a seguire il calcio, già da sabato prossimo, nel precampionato dell’Örebro.

Mi sono accorto di non avere contanti e, sapendo che all’ingresso dell’arena non accettano carte, appena sceso dall’autobus sono andato bel bello al Bancomat situato presso il supermercato Ica Nära di Piazza Oskar, angolo Via Engelbrekt.

Qui mi fermo, per fare un piccolo excursus: nell’autunno 2011 ero a Tortona con la macchina, mi stavo recando a Milano, e mi ero accorto di essere senza benzina. Conoscendo un benzinaio estremamente economico proprio in quella città, mi sono recato a ritirare al Bancoposta, dove però il bancomat decise di non essermi d’aiuto, digerendo la carta ed il suo contenuto in denaro. Pochi giorni fa, su Facebook, ho ricordato quest’evento e come le Poste Italiane mi avessero chiesto altri 5 euro per il rifacimento della carta e come, poi, fossero così sorpresi della mia decisione di cancellare il conto presso di loro, l’estate scorsa.

Ecco, ieri sera si è sviluppata la stessa situazione, motivo per il quale non sono andato a vedere la pallamano, ma, d’altronde, credo non ve ne fregasse un emerito.

E’ emerso, da una breve, quanto ricca di epiteti, conversazione telefonica, che la carta era stata già distrutta dal sistema automatico non appena l’errore era comparso. Che loro non potevano farci niente, che il supermercato non aveva il numero della guardia e che quindi non mi restava altro da fare se non bloccare il mio bancomat. Bancomat italiano, perchè, non avendo ricevuto codice fiscale svedese, non posso aprire un conto in banca quassù (e poi l’ING non mi ha mai fatto pagare un centesimo da quanto l’ho aperto. Si, questa era una pubblicità nemmeno tanto occulta).

Una volta bloccato il bancomat, mi sono accorto di essere senza soldi nella mia scheda telefonica svedese.

Per cui sono probabilmente condannato a due settimane di povertà estrema, anche se in realtà ho già mandato una mail con tutti i crismi alla Kontanten sperando in una risposta più intelligente di quella che mi ha dato la telefonista ieri sera.

Banditi e campioni

Non che ci sia molto da raccontare. O meglio, c’é tantissimo da raccontare, ma per chi é nato a Novi Ligure o dintorni, questa é vita quotidiana. Biciclette, banditi, grandi campioni ed eroi senza tempo.

Una cittá di ventisettemila abitanti. Un filo brutta, magari. Deprecata quando ci si vive, ricordata nostalgicamente quando si é lontani.

Anche per questo, ho dedicato il mio ultimo pezzo su Type Magazine alla città in cui sono nato.

Fare figli per farli giocare a Innebandy – Sport immaginari, ma divertenti

2014-01-11 14.08.44La lunghissima pausa, tra un campionato e l’altro, continua. Talmente lunga che la federazione sta studiando un metodo per rendere meno estenuante l’attesa per il nuovo calcio d’inizio e non è detto che il sottoscritto non ci metta lo zampino. Lo so, è un’affermazione un po’ forte, ma recentemente ci sono stati buoni contatti per un format che ho sviluppato e che ha riscosso un certo interesse.

Prima di diventare miliardario e sfanculare questo blog, però, ci sono dei sabati con stati vuoti ed innevati. Per cui si va al coperto, alla ricerca di nuove discipline quasi sconosciute alle latitudini italiche.

Oggi, alla Behrn Arena, l’Örebro, terzo  nel girone sud dell’Allsvenskan, riceveva il Lindås, dalla periferia meridionale di Göteborg, squadra che langue nei bassifondi della classifica. La partita era pure trasmessa da Sport 4

Che sport era? Giusto, innebandy, detto anche Floorball. Nessuna traduzione italiana, il gioco é, fondamentalmente, una versione rivisitata dell’hockey su pista. Si gioca 6 contro 6 in tre tempi da 20 minuti, ritmi altissimi, poche interruzioni arbitrali. Insomma, un bel giochino dove latitano i contrasti fisici e la pallina che gli atleti devono battere con una mazza di plastica, molto piú leggera di quella da hockey, schizza per il parquet che é una bellezza.

Ovviamente ho portato una sfiga mostruosa all’Örebro, che, dopo il vantaggio iniziale, é capitolato giá al termine della prima frazione con una rimonta nel giro di tre minuti. Il resto della partita l’ho seguito poco, complice anche un bambino che continuava ad alzarsi e passarmi di fronte una decina di volte. Ero giá sull’orlo di una crisi di nervi quando ho realizzato che si trattava di due gemelli, entrambi abbastanza vivaci. Ero, inoltre, letteralmente circondato da bambini. Questo perché, tra un tempo e l’altro, la pausa di 10 minuti viene utilizzata per far giocare un minitempo delle partite delle giovanili. Tra l’altro ho praticamente perso il conto dei gol dell’Örebro visto che i rivali erano la squadra piú debole mai comparsa su un terreno di un qualsiasi campo da gioco (in realtá mi viene in mente una squadra di calcio di Novi Ligure dal nome felino, costruita da un dirigente per farvi giocare i propri figli. Persero una partita per piú di 20-0 e mi spiacque tantissimo per i malcapitati ragazzini, meno per i dirigenti). Ho anche assistito ad un meraviglioso autogol da centrocampo: palla a due, il giocatore della squadra “debole” la agguanta con la mazza e la appoggia indietro a un compagno che non c’é e infila il proprio portiere.

Solo per i finali, Lindås batte Örebro 8-5. Me ne sono andato sull’8-3 a due minuti dalla fine, a testimonianza che era proprio la mia presenza ad impedire ai locali di andare a segno. Lo prometto, non torno piú.

Cuori in trasferta – La sfortuna sfacciata di Antonio Durán

644x429(ByMaxScale_TopLeft_Transparent_True_True_False)Di calciatori e allenatori che girano il mondo ce ne sono sempre stati tanti, anche ben prima della famigerata legge Bosman e del clamoroso successo di talenti stranieri che hanno portato, forse, ad uno snaturamento dei tornei nazionali.

C’é una storia, peró, che quasi fa a pugni con i milioni offerti dagli sceicchi o dai magnati russi di turno.
Giá negli anni ’50, i soldi erano in grado di smuovere campioni dalle più remote lande, specie se si trattava di giocare nel campionato italiano che, all’epoca, rappresentava il top per qualsiasi giocatore. Il caso più eclatante era quello di Hasse Jeppson, detto “o banco ‘e Napule”, che il padre-padrone dei partenopei, Achille Lauro, portó ai piedi del Vesuvio per la bella cifra di 105 milioni nel 1952, con fini elettorali non molto diversi da quelli che abbiamo visto recentemente, vedi Balotelli acquistato dal Milan ad un mese dall’ultima chiamata alle urne.

Chi, invece, ha fatto il percorso inverso, é stato Antonio Durán Durán. Non vi inganni il doppio nome ispanico, giacché nulla ha a che fare con la celebre band, simbolo della generazione paninara.

Era un onesto centrocampista, nato in Catalogna nel 1924, ma cresciuto nell’isola atlantica di Tenerife, alle Canarie. La sua promettente carriera sportiva venne flagellata da una serie di infortuni che gli impedirono di godere pienamente dei due titoli vinti con la maglia dell’Atletico Madrid all’inizio degli anni ’50, tanto che dovette ritirarsi a 30 anni dopo aver vestito anche le maglie di Cordoba e Oviedo.

La storia é come tante, ma il finale, non a caso, é svedese. Anni dopo, Antonio Durán diventerà l’allenatore più titolato di Svezia e, solo successivamente, sarà superato da Roy Hodgson e Sven Göran Eriksson.

Cosa ha portato un discreto centrocampista spagnolo ad abbandonare un terreno fertile come quello iberico per provare l’avventura nella lontana Svezia? Torniamo agli anni ’50.

L’Atletico Madrid era una squadra di altissimo livello, tanto che successivamente fu una delle poche a contrastare il dominio del Real “Pentacampeon”. I talenti dei Colchoneros erano Adrian Escudero e Miguel Gonzalez Perez, il portiere era il francese Domingo, mentre a centrocampo spiccavano il marocchino Larbi Ben Barek (qui raccontato da Massimo Prosperi) e lo svedese Henry Carlsson. Giá, Carlsson.

Atleta di indiscusso livello, si era trasferito in Spagna nel 1949 dove aveva portato con sé la famiglia e i suoi tre bambini, che in seguito giocheranno nella massima serie svedese con la maglia dell’AIK Stockholm. Per badare ai figli mentre papá era ad allenarsi e per dare una mano a mamma Ingrid, la famiglia Carlsson chiamó una baby-sitter svedese, Ulla.

L’amicizia fra il talento svedese e Antonio Durán permise a quest’ultimo di conoscere quella che diventerà sua moglie e madre dei suoi figli. Con una carriera spezzata, il buon Durán doveva reinventarsi una vita e scelse di seguire la moglie nella lontana Svezia, per la precisione a Timrå, nella regione del Medelpad, a 400 chilometri a nord di Stoccolma.

Mentre lavorava come operaio in una cartiera, iniziò ad allenare la locale squadra dell’Östrand dove, racconta Wikipedia, era una sorta di tuttofare, tanto da occuparsi addirittura dello sgombero della neve dal terreno di gioco durante le stagioni fredde.

L’occasione della vita gli capitò nel 1958, poco prima dei mondiali di calcio giocati proprio in Svezia, quando il Sandivkens, appena approdato nella massima serie, gli offri un posto in panchina. Per tre stagioni consecutive, riuscì a salvare il traballante team del Gävleborg, ma decise di scendere sia di categoria (in seconda serie), sia geograficamente (nel sud), per guidare l’Åtvidaberg. Nonostante avesse mancato la promozione, riuscì ad ottenere un contratto con il Malmö, una delle tre big locali, e alla prima stagione, 1964, arrivò secondo in classifica, o meglio, primo a pari punti con il Djurgården e l’Orgryte, mancando il titolo per un solo gol nella differenza reti finale.

In riva all’Öresund, vincerà quattro campionati ed una coppa nazionale, prima di passare al Djurgården con cui, peró, non ebbe la stessa fortuna. Nel 1975, mentre si apprestava a proseguire la sua carriera a Stoccolma, venne colto da un’emorragia cerebrale che lo costrinse al ritiro prematuro anche dalla carriera di coach, a soli 51 anni. E´scomparso nel 2009 ad Åkersberga, non lontano dalla capitale, ma é ancora considerato uno dei grandi allenatori locali, la cui bravura fu inferiore solo ad una sfortuna sfacciata.

Vacanze finniche – Bomber improbabili, parte seconda

downloadIl blog è ancora ufficialmente in vacanza e, come potete vedere, gli ho rifatto il look. Il post lo sto scrivendo dall’Intercity che collega Helsinki a Turku, ovviamente in Finlandia. Il tutto per linkarvi il mio nuovo pezzo sul blog di Massimo Prosperi, Nuncasinfubol, sui campioni improbabili del mercato invernale 2014.

In realtà potevo avere già una bella storia da raccontare, ma ho sfortunatamente perso l’occasione. A Helsinki ho dormito in un accogliente ostello di Sturenkatu, ma avrei voluto (e potuto) pernottare in un altro ostello situato esattamente dentro la torre dello stadio dove si tennero le Olimpiadi del 1952 (in foto). Non ci sono riuscito perchè ieri sera sono arrivato troppo tardi a Helsinki dall’aeroporto di Lappeenranta e non avrei fatto in tempo per il check-in. Comunque, nelle quattro ore in cui l’ho girata, la capitale finlandese mi è piaciuta non poco (per quanto possa essere grigia e infestata da turisti come una qualsiasi capitale nordica il 2 gennaio), per cui non escludo un ritorno futuro. Fra qualche giorno lancerò un paio di proposte in vista della seconda parte del mio soggiorno svedese, Stay Tuned!