Primi novanta di terrore – La seconda vittima del calcio svedese

fotobbyranpetterarvidssonIl campionato era iniziato da mezz’ora e non aveva già più senso continuare a vedere la tv. Approfitto della diretta su Bet365 per dare un’occhiata a come si stanno comportando le squadre svedesi impegnate alle 15.00, in attesa della partita dell’Örebro ad Halmstad alle 17:30. Come apro il canale dedicato ad Helsingborg-Djurgården, le telecamere inquadrano un paio di tifosi che sciamano sul manto erboso dell’Olympia. Quel paio, diventano cinquanta.

Sono tifosi del Djurgården, una delle tre squadre di Stoccolma, impegnati nella difficile trasferta in Scania contro una delle squadre candidate al titolo. In 500 hanno seguito i capitolini, ma uno di loro non tornerà a casa.

Non ha ancora un nome, secondo la tradizionale privacy locale, la seconda vittima nella storia del calcio svedese. La prima, nel 2002, si chiamava Tony Deogan, tifava IFK e venne accoltellato in un parco non lontano dal Rasunda di Stoccolma, prima del “Klassiken” contro l’AIK.

L’incidente di oggi sarebbe avvenuto intorno alle due e mezza del pomeriggio, a 30′ dal calcio d’avvio della partita e del campionato, nelle vie centrali di Helsingborg, dove l’uomo, che la polizia, pur non divulgandone l’identità, ha definito svedese, di 42 anni e padre di due bambini, sarebbe stato colpito da un hooligan rivale con una bottiglia, morendo poi in ospedale.

La notizia della morte si è diffusa durante la partita ed i tifosi del Djurgården hanno cercato vendetta, salvo poi essere messi in fuga dalla polizia, fino a quel momento presente a poche decine nello stadio da 15mila posti del sud-ovest svedese.

Inizialmente la causa degli incidenti non era stata annunciata, creando ulteriore astio nei confronti dei tifosi stoccolmesi, già responsabili lo scorso anno degli incidenti nella partita contro il Mjallby. Poi solo il lutto.

 

Foto di Petter Arvidsson, BBYRAN

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Niente é come la Gothia – Poseidon 27

10011511_10203404916984381_1313895158_nTra Örebro e Göteborg ci sono circa 300 chilometri di strada ferrata, li ho fatti per la prima volta per andare a vedere una partita di calcio. All’Ullevi, domenica, si giocava IFK Göteborg-Sirius di Coppa di Svezia e non c’era regalo di compleanno migliore per consolarmi dal fatto di avvicinarmi inesorabilmente ai 30.

L’Ullevi é lo stadio piú grosso di Göteborg e, fino a qualche mese fa, il piú grosso del paese. Ha ospitato una marea di competizioni di atletica leggera, qualche finale europea (tra cui quella in cui la Danimarca si sbarazzó incredibilmente della Germania nel ’92) e ogni estate é sede della Gothia Cup.

Ah, mi fermo un attimo per dirvi che l’IFK ha perso 1-0 contro una squadra che lo scorso anno giocava in C e ora rischia di finire in Europa. Fine della cronaca.

La Gothia Cup é la manifestazione sportiva piú grande del mondo in termini di atleti. Ci sono circa 30mila calciatori che, per una settimana, danno vita ad un torneo giovanile di 16 categorie (8 maschili e 8 femminili) con squadre provenienti da una settantina di paesi.

Si gioca in tutta la cittá di Göteborg e nei villaggi adiacenti, in pratica un centinaio di campi. La cerimonia di apertura, per l’appunto, é nel grande stadio Ullevi mentre le finali si giocano al Gamla Ullevi, lo stadio di casa dell’IFK da 16mila posti, bloccato in questi giorni dal rifacimento del terreno. Lo scorso anno, nello stesso periodo, il Gamla ospitava l’Europeo Femminile, per cui le finali si sono giocate in uno stadio temporaneo costruito al Parco Heden intorno a un campo di calcio a 11, ma l’atmosfera era molto meno suggestiva e si é deciso di tornare alla tradizione.

La Gothia Cup l’ho vista tre volte dal vivo: nel 2009 da semplice spettatore e nel 2011 e 2012 come inviato. Siccome a volte ho l’impressione di non avere le parole giuste per descrivere certi tipi di emozione, lascio l’arduo compito al video a cui due anni fa si é dedicato il mio amico Ivan.

Pane, amore e köttbullar pt 4 – Ulf Garrincha e la pesante ereditá

ulflindberggarrinchaPrima Puntata

Seconda Puntata

Terza Puntata

Ad Halmstad c’è un signore chiamato Ulf Lindberg, ha 54 anni e lavora in un chiosco per gli hot dog nel centro commerciale della piccola cittadina situata sulla costa ovest svedese.

Questo signore, dal nome impeccabilmente nordico, è piuttosto scuro di carnagione. Decisamente troppo, per essere nato in un posto dove sono tutti bianchi, biondi e con gli occhi azzurri, almeno all’epoca. Oggi certamente non farebbe notizia.

Rewind.

Al Mondiale del 1958 il Brasile si presenta certo con ottime credenziali, ma nelle prime due partite non convince. Buona la vittoria contro l’Austria per 3-0, ma il pareggio contro l’Inghilterra mette a rischio il prosieguo del torneo, perchè, con una sconfitta contro l’Urss, i verde-oro dovrebbero sperare in una “derrota” britannica per andare almeno allo spareggio.

Per movimentare il gioco del Brasile, apparso non brillantissimo contro l’Inghilterra, viene inserito da Vicente Feola, l’ala Manè Garrincha del Botafogo, tenuto fuori nei primi due incontri anche per l’atteggiamento poco professionale mantenuto durante la preparazione al torneo. Lo psicologo al seguito del Brasile, definirà Garrincha un bambino di 4 anni nel corpo di un adulto.

Sarà anche un bambino, ma la partita che gioca contro l’Urss è qualcosa di spettacolare. Il Brasile vince 2-0 con doppietta di Vavà, ma è Manè l’uomo ad uscire fra gli applausi.

Anche contro il Galles ai quarti (1-0, gol del 17enne Pelè), Garrincha è da manuale. Il difensore gallese Mel Hopkins, a fine partita, dirà “Un fenomeno, è capace di pura magia”.

Questo un po’ per raccontare quella che fu la seconda fase del Brasile ai mondiali del 1958 e del perchè Garrincha, assieme al suo Botafogo, venne richiamato a gran voce in Svezia dai migliaia di appassionati la cui attenzione aveva rapito pochi mesi prima.

Nell’estate del 1959, i bianconeri giocano una tournèe in Svezia. Garrincha non è cresciuto. In realtà, non ci vorrebbe esattamente un bambino di 4 anni per infilarsi in camera con una inserviente dell’albergo in cui il Botafogo si trovava in ritiro.

Pochi giorni dopo, la giovane si accorge di essere incinta. Può anche sospettare che il padre sia quel simpatico ragazzo di colore, quella meravigliosa ala destra del Botafogo. Solo che intanto Garrincha è già sull’aereo per fare ritorno in patria e la ragazza di 19 anni che porta in grembo il frutto di quella scappatella non può permettersi di crescere un bambino in condizioni così scomode.

Anche per queste cose, è un periodo particolare in Svezia. Il paese è da sempre ritenuto come fra i più aperti  dal punto di vista sessuale, ma fino agli anni ’70 era in vigore, in termini di legge, un sistema terrificante degno della Germania nazista, conosciuto come Eugenetica.

Sostenuta a destra e sinistra, serviva a mantenere gli standard del popolo svedese sopra la norma. Per intederci, se una donna con problemi di alcolismo si accorgeva di essere incinta e senza un uomo con cui crescere il bambino, aveva molte probabilità di essere soggetta a sterilizzazione.

Il sistema agiva in casi come quello della ragazza 19enne: una scappatella, un bambino indesiderato e una richiesta di aborto, a cui però seguiva, sempre e comunque, la sterilizzazione, in modo da evitare che “il danno” si ripetesse.

E’ difficile immaginare cosa sia stato, poi, della cameriera svedese, sta di fatto che ha preferito dare alla luce il bambino per poi darlo in adozione.

Ulf Lindberg ha scoperto l’identità di suo padre quando, da bambino, si era reso conto della sua condizione di mulatto, ma figlio di genitori bianchi.

Ha provato diverse volte a contattare Garrincha e, talvolta, gli capitò di ottenere risposta via lettera. Probabile che, in realtà, quelle lettere le avesse scritte qualcun’altro, visto che l’ala destra del Brasile del ’58 non aveva mai imparato a leggere e scrivere.

Si diedero addirittura appuntamento. Vent’anni dopo il mondiale svedese, quando Ulf aveva appena raggiunto la maggiore età e nutriva un orgoglio smisurato per il suo padre naturale. Garrincha doveva commentare il mondiale argentino per una tv carioca e Ulf sarebbe andato a Buenos Aires al seguito della nazionale svedese, per un incontro organizzato direttamente dai media brasiliani. Garrincha in Argentina non ci arrivò mai, licenziato dal canale televisivo per il suo alcolismo ormai irrecuperabile.

Garrincha morì nel 1983, Ulf Lindberg non lo vide mai. Ha incontrato, però, undici dei suoi fratelli e sorelle (tre erano già morti), all’inizio degli anni 2000, quando si recò proprio a Pau Grande, casa del campione carioca.

Ci andò, circondato dall’affetto di un paese che rivedeva in quel lontano venditore di wurstel, l’eredità di uno dei giocatori più amati del Brasile. Alegria do povo, lo chiamavano. Allegria del popolo. Folkets glädje.

La sottile linea – Da Örebro al Maracaná

Siccome oggi voglio fare lo splendido, ecco l’esame che ho consegnato ieri sera.

La Svezia é fuori dai mondiali, ma non per questo non ci saranno svedesi in Brasile. Domenica ho incontrato Mathias Klasenius, guardalinee che, assieme a Jonas Eriksson e Daniel Wärnmark, comporrà uno dei terzetti arbitrali in vista del Mundial. Arbitra spesso in Europa (quest’anno ha già diretto Italia-Repubblica Ceca, Juventus-Copenhagen, nonché Manchester City-Barcelona) e può essere uno dei candidati alla finalissima.

L’uomo con il laser – Il destino che incrociò Imad Zatara

2014-03-18 17.28.22Giornata fredda, ventosa, con temperatura a tratti sotto lo zero. Insomma, il clima ideale per sorbirsi un bell’Örebro-Åtvidaberg, seconda giornata del campionato primavera svedese. Ovviamente, vado alla Behrn Arena prontamente stipendiato, anche a costo di prendermi un malanno.

Il campionato primavera svedese, come molti altri del genere, lascia alle squadre la possibilitá di schierare dei fuoriquota. In Svezia, peró, si esagera, lasciando spazio a ben cinque (volendo sei, il portiere puó avere qualsiasi etá) giocatori sopra i 20 anni di etá. Finisce, cosí, che una partita di campionato giovanile diventa, praticamente, un’amichevole pre-stagione fra due squadre che si affronteranno nel prossimo torneo di Allsvenskan.

Inutile raccontarvi come l’Örebro ha macinato l’Åtvidaberg vincendo per 7-0 (sei gol nel primo tempo), grazie anche al fatto che gli ospiti non avevano approfittato dello stesso fattore-fuoriquota come avevano fatto i bianconeri. Non é interessante.

Ció che é interessante é che, fra gli ospiti, era in campo il ventinovenne Imad Zatara, meglio noto come il capitano della nazionale di calcio Palestinese. In realtá questo titolo é piuttosto anacronistico, visto che, nonostante l’etá ancora freschissima, Zatara é uscito dal giro di una nazionale che, tuttavia, non pare avere cosí tanti talenti da poter annoverare.

Zatara, la striscia di Gaza, l’ha probabilmente vista solo in televisione oppure raccontata dai genitori. É nato a Stoccolma nel 1984 da genitori emigrati e ben presto si é rivelato un ottimo centrocampista, diventando per un po’ il giocatore di riferimento del Syrianska di Södertälje, ma anche staccando qualche biglietto per voli internazionali, come in Ungheria a Zalaerszeg, oppure in Francia  a Nimes.

C’é peró un momento in cui la vita di Imad Zatara si é incrociata con quella di colui che, forse, é il piú grande criminale della storia moderna svedese.

Il 30 gennaio del 1992, quando Imad doveva ancora compiere otto anni, suo padre stava svolgendo il suo lavoro quotidiano presso un negozio nel quartiere stoccolmese di Söderort,negozio in cui é entrato John Ausonius, nato Wolfgang Alexander Zeugg.

A volerla dire tutta, anche Zeugg non era al 100% svedese, nato da genitori svizzero-tedeschi, ma, tant’é, si era fatto cambiare nome, era diventato ricco e aveva preso l’hobby di sparare addosso agli immigrati in nome della purezza del sangue svedese. Fra il 3 agosto 1991 e quel maledetto 30 gennaio 1992, uccise Jimmy Ranjbar, studente iraniano, e ferí almeno altre nove persone puntando loro addosso una pistola dotata di raggio laser rosso nella zona di Stoccolma-Uppsala. A quanto pare, la pistola non funzionava correttamente e le munizioni erano di scarsa manifattura, altrimenti il bilancio sarebbe stato molto piú tragico.

Proprio quel 30 gennaio, Zeugg, alias Ausonius, punta una pistola addosso ad Hasan Zatara e lo colpisce, non mortalmente, ma in modo da rendergli quello che gli resterá da vivere un vero inferno. Da quel giorno, il padre di Imad Zatara, diventato poi capitano della nazionale Palestinese e giocatore della massima serie scandinava, ha perso la vista dall’occhio destro, non parla piú ed é in preda ad una paralisi.

Ci sono cose peggiori di un 7-0 nel campionato primavera svedese.

Pane, amore e köttbullar pt. 3 – IFK Argentina

ifkargentinaPrima puntata

Seconda puntata

Tre ore dopo il fischio finale del russo Latychev a Stoccolma, iniziavano tutte le altre partite della fase a gironi del mondiale svedese. In contemporanea.

Quella che, forse, era la partita più attesa di tutta la prima giornata, si giocava al nuovissimo Malmö Stadion fra i campioni uscenti della Germania Ovest, fortemente rinnovati, e l’Argentina, vista dai piú come una delle favorite del torneo.

All’epoca l’Argentina non godeva dello stesso clamore odierno, né di quello dei tempi di Maradona: addirittura i suoi campioni si ritrovavano a giocare con la nazionale azzurra, come fará lo stesso Sivori che da circa un anno stazionava in Italia con ottimi risultati.

Tuttavia, quella dei ”pamperos” sembrava essere una squadra estremamente solida, con Carrizo tra i pali (neanche parente dell’ex laziale) e l’idolo del River Plate, Angel Labruna, a guidare l’attacco.

Che qualcosa non sarebbe andato per il verso giusto, lo si intuí dalle primissime ore di quel mondiale. Partita dal ritiro nello Skåne, la nazionale argentina arrivó al Malmö Stadion con un’ora e mezza di anticipo sul calcio d’inizio, giusto in tempo per confrontare le maglie. Biancocelesti quelle argentine, bianche quelle tedesche. Non si puó fare: il pubblico potrebbe confondersi, tantopiú gli spettatori alla televisione, ancora in bianco e nero.

Que faire? Troppo tardi per recuperare le maglie al ritiro. Parte una lunga serie di contatti e alla fine si trova una soluzione: l’IFK Malmö é la seconda squadra cittadina ed é una classica squadra yo-yo, avanti e indietro fra prima e seconda serie, saranno loro a mettere a disposizione il completo per questa partita. Le maglie sono gialle, questo significa che il pubblico da casa non capirá nulla ugualmente, ma almeno i tifosi allo stadio non si faranno venire il mal di testa a forza di seguire la partita. Curiosamente, la stessa situazione si ripeterà in Argentina nel 1978, quando la Francia sarà costretta ad affrontare l’Ungheria con le maglie biancoverdi dei dilettanti del Kimberley.

La stella del Racing Avellaneda, Omar Corbatta, segna un gol dopo tre minuti. Sará, probabilmente, il punto piú alto della vita sciagurata del giocatore blanqui-azul.

”Portano bene, queste maglie”, avrá pensato Corbatta. Troppo presto per dirlo. Quella partita finirá 3 a 1. Stesso risultato, questa volta a favore degli argentini, nella seconda partita, giocata ad Halmstad, contro l’Irlanda del Nord.

Basterebbe un pareggio, contro la Cecoslovacchia, e invece finisce 6-1 per quegli altri. Si torna a casa con il timore di ricevere una ”Tormenta de tomate” all’aeroporto. Corbatta, che segnó in tutte e tre le partite, divorzierá tre volte, diventerá alcolista e morirá di tumore a 55 anni.

Forse era meglio prendere le maglie azzurre del Malmö, cosí forse non sarebbero trascorsi ancora vent’anni prima di salire sul tetto del mondo.

Pane amore e köttbullar, pt.2 – O Belfast, o morte

Puntata precedente

16-01-1958-irlanda-italiaLe qualificazioni a Svezia ’58 iniziarono due anni prima, come di consueto. Per la prima volta nella storia, la Fifa decise che le squadre avrebbero dovuto qualificarsi giocando almeno una partita, visto che, a causa di ritiri improvvisi o boicottaggi politici, spesso era capitato di trovare alla rassegna iridata squadre che non avevano dovuto neppure scendere in campo per guadagnarsi l’accesso.

All’epoca il politically correct non era esattamente di moda e, così, all’Europa vennero assegnati nove posti (più quello della Svezia padrona di casa, vedi la puntata precedente, e la Germania Ovest campione uscente), al Sud America ne andarono tre e al Centro-Nord America uno solo. Le altre squadre provenienti da Africa, Asia e Oceania avrebbero dovuto contendersi solo un posto attraverso i play-off.

Decisamente troppo: in primo luogo fu la Turchia a lamentarsi. Geograficamente divisa fra est e ovest, la nazionale di Ankara aveva chiesto di partecipare alle qualificazioni Europee, come peraltro aveva potuto fare l’Egitto, che in Europa non è mai stato, quattro anni prima. No, l’Uefa non vuole, allora la Turchia si ritira e lascia campo libero ad Israele.

Anche Cipro, che oggi è in Europa, viene abbinata alle nazionali ”dell’altro mondo”, ma contro l’Egitto sa già di non avere molte chances e decide di ritirarsi. Egitto avanti.

Nell’estremo oriente, in effetti, si gioca: ci sono solo due squadra, la Repubblica Popolare Cinese e l’Indonesia. A Jakarta vincono i padroni di casa per 2-0, a Pechino si impone la Cina per 4-3. Indonesia avanti, voi direte. No, perchè all’epoca si assegnavano i punti e quindi era necessario uno spareggio, nel quale l’Indonesia aveva il vantaggio di potersi qualificare anche con il pareggio, grazie alla migliore differenza reti: a Rangoon, in Birmania, finisce 0-0 e allo spareggio mondiale ci va l’Indonesia, che aveva giocato già nel ’38 sotto il nome di Antille Olandesi.

L’ultimo spareggio è fra Sudan e Siria, passano il turno gli africani vincendo per 1-0 in casa dopo l’1-1 in Medio Oriente.

Girone a quattro: ci sono Sudan, Egitto, Indonesia e Israele. Tre nazionali provenienti da paesi islamici, contro il nemico giurato numero uno. Egitto e Sudan si rifiutano immediatamente di condividere il girone con il paese contro il quale Cairo è virtualmente in guerra e che Khartoum certo non vede di buon occhio. Rimane l’Indonesia e da Jakarta arriva l’ordine del presidente Sukarno: noi in Israele non ci veniamo, giochiamo in campo neutro. Israele dice di no, l’Indonesia resta a casa. Si ritorna al problema di prima, e cioè Israele si qualificherebbe al mondiale senza aver giocato neanche una partita, ma ci torneremo più avanti.

In Centro America non c’è storia: gli States hanno già dimenticato l’incredibile estate del 1950 e mandano in campo i ragazzini, il girone lo vince a mani basse il Messico eliminando anche la debole resistenza del Canada. Nell’altro girone domina la Costa Rica, che così prova a fare lo sgambetto ai Messicani nel doppio spareggio: a Mexico City i tricolores vincono solo nel finale con due reti e la partita di San Josè è una formalità, finisce 1-1, il Messico vola in Svezia.

In Sudamerica le nazioni sono dieci, le squadre nove, perchè in Venezuela va molto più di moda il baseball e non si scomodano per trovare undici capaci di giocare a calcio. Per motivi organizzativi manca anche l’Ecuador, ma se questi ultimi si erano prodigati di avvisare in tempo la Conmebol, altrettanto non vanno i ”vinotinto” che quindi vengono inseriti in girone con Brasile e Perù, salvo poi fare marcia indietro. La doppia sfida va in scena nel giro di una settimana nell’aprile del 1957 e il Brasile non è assolutamente quello che si vedrà in Svezia: a Lima rischia perfino di perdere e solo un gol di Indio, uno che in Europa non metterà mai piede, evita la figuraccia. Didì segna l’unico gol della partita decisiva al Maracanà. Anche il Brasile stacca il biglietto.

Per l’Argentina è tutto facile, c’è solo da smaltire l’altura di La Paz (anche e soprattutto nel 1957 i boliviani vincevano solo in casa grazie ai 2500 metri della loro capitale) che porta una sconfitta per 2-0. La rivincita arriva ad ottobre, nella partita decisiva: 4-0 e Argentina che vola a Stoccolma.

La clamorosa sorpresa è l’uscita di scena dell’Uruguay. E’ fin troppo facile il modo con cui il Paraguay si sbarazza della ”Celeste” nella partita di Asunciòn. Talmente decisiva che, la settimana successiva, con la Colombia già eliminata, la partita di ritorno è praticamente un amichevole. Al di là del 5-0 casalingo, l’Uruguay non poteva più raggiungere i rivali e a nulla vale il 2-0 del Centenario: per la prima volta, il Paraguay è ”Mundial”.

Europa: finalmente l’Inghilterra si decide di uscire dal ”Four Nations” e accetta di giocare in un girone come si deve ed è decisamente fin troppo facile, si sbarazza di Danimarca (che, come abbiamo detto nella puntata precedente, avrebbe perfino potuto giocare i mondiali in casa a Copenhagen) e dell’Irlanda. La Francia di Just Fontaine è un rullo compressore e segna un numero impressionante di reti a Belgio e Islanda. L’Ungheria non è più la squadra del ’54, neutralizzata dalle defezioni dei grandi campioni dopo la rivoluzione di due anni prima, ma riesce a qualificarsi vincendo la partita decisiva contro la Bulgaria.

Nel Gruppo 4 la fortuna arride alla Cecoslovacchia che batte nella partita decisiva la Germania Est per 4-1 e vola ai mondiali, staccando di due punti il Galles, che però avrà altri motivi per sorridere, ma vedremo dopo il motivo.

Tutto facile per l’Austria, contro un’Olanda che non è ancora Olanda ed il minuscolo Lussemburgo.

Il girone sicuramente più combattuto è quello che coinvolge Unione Sovietica (per la prima volta alle qualificazioni), Polonia e Finlandia. Già fuori i finnici (0-10 ad Helsinki contro l’Urss), è tutta una sfida ad est con la Polonia che aggancia in vetta all’ultima giornata la CCCP battendo in casa per 4-0 i Suomi. E’ spareggio: a Lipsia Streltsov e Fedorov mandano ai mondiali i russi.

E’ dura, invece, per la Jugoslavia, costretta a rimontare in classifica la Romania battendola all’ultima giornata a Belgrado. La Scozia porta a due il numero di squadre britanniche nella competizione eliminando con largo anticipo la Spagna di Alfredo di Stefano.

E l’Italia? La nazionale azzurra è composta da un gran numero di oriundi: il fiorentino Montuori, il giallorosso Dino Da Costa e i campioni del mondo di otto anni prima Schiaffino e Ghiggia. In teoria ci sarebbe potuto essere anche Sivori, che però ottiene la cittadinanza italiana pochi mesi più tardi e non farà in tempo a giocare neppure con l’Argentina. Troppo tardi? Per cosa?

L’Italia inizia bene, vince a Roma contro l’Irlanda del Nord con un gol del viola Cervato, ma un mese dopo cade per 3-0 a Lisbona. Ad una manciata di giorni dal Natale 1957, gli azzurri sono attesi da due partite ravvicinate: sono secondi a pari punti con il Portogallo e a una lunghezza dall’Irlanda del Nord, che devono affrontare a Belfast il 4 dicembre.

Il problema è che, con l’inverno alle porte, l’arbitro ungherese Zsolt viene bloccato a Londra dalla fittissima nebbia e non riesce a raggiungere le due squadre nell’isola per dirigere la penultima partita del girone. L’Irlanda del Nord propone all’Italia di giocare con un arbitro irlandese, magari anche del Sud, ma gli azzurri non si fidano e la partita del 4 dicembre viene giocata come amichevole. Finisce 2-2 e quel risultato avrebbe permesso all’Italia di staccare il Portogallo e rimanere ad una lunghezza dagli isolani, con un altra partita da giocare proprio contro la squadra iberica.

Il match di Milano fa tirare un sospiro di sollievo agli azzurri, che si impongono per 3-0 (due volte Gratton e Pivatelli) e si giocano il tutto per tutto a Belfast, dove basterebbe di nuovo un pareggio, ma l’Italia, nonostante i proclami apocalittici della stampa (”O Belfast o morte”, titolerà il Guerin Sportivo), perde 2-1 e, per la prima volta dopo il 1930 (ma all’epoca non ci furono neanche le qualificazioni), finisce fuori dalla fase finale di un mondiale.

Rimane un posto da assegnare, quello dell’Asia, ma, come abbiamo già detto, Israele non ha giocato neppure una partita. La Fifa decide di assegnare il posto extra alla miglior seconda piazzata europea, ma il Belgio non accetta la possibilità. Si procede per sorteggio fra tutte le seconde classificate: l’Italia incrocia le dita, poichè se venisse estratto il suo girone (dove ancora non è stata definita la seconda classificata) anche una sconfitta a Belfast darebbe una seconda chance, contro i deboli israeliani. Va male, perchè l’urna decide che a Tel Aviv ci va il Galles. La partita di andata si gioca lo stesso giorno di Irlanda del Nord-Italia ed i gallesi mettono in cassaforte la qualificazione vincendo per 2-0, risultato che verrà ripetuto due settimane dopo a Cardiff. Per la prima volta nella storia, le quattro Home Nations giocheranno il mondiale tutte assieme, non succederà mai più.

Il sorteggio si svolge l’8 febbraio, pochi giorni dopo l’ultima partita di qualificazione, e le teste di serie vengono divise secondo ordine geografico: in un’urna le nazioni dell’Europa dell’Ovest, in un’altra, le est-Europee, in una le quattro Home Nations e nell’ultima le quattro Americane. Potenzialmente si potrebbe anche creare un girone con Germania Ovest, Urss, Inghilterra e Brasile e non ci si andrà lontani, perchè nel Gruppo 4 tre delle squadre menzionate vengono raggruppate assieme all’Austria (al posto della Germania). Per contro, si assisterà ad un girone dal livello piuttosto ”basso”, almeno secondo le aspettative, con Svezia, Ungheria, Galles e Messico.

Il calcio d’inizio lo danno i padroni di casa, al Rasunda di Stoccolma, alle 14:00 dell’8 giugno.