Verso il mondiale – Who ate all the pies? You, fat Tomas

1236C’é un libro chiamato “Dingo Dingo. Tre amici e la prodigiosa macchina della tenerezza”. E´il classico esempio del nonsense svedese, dove un gruppo di uomini, frustrati nel loro essere sempre succubi delle mogli (anche questa é una cosa abbastanza nordica), si riunisce in un capannone assieme a Tomas Brolin per abbracciarsi.

Il ruolo di Tomas Brolin nel racconto é completamente ininfluente, ma é un po’ la metafora di quella che é stata la sua carriera. Probabilmente, é stata la più grande scommessa persa del calcio svedese. Colpa di un fisico troppo fragile, di un regime alimentare non esattamente salutistico e di una mente ottenebrata da qualche oscuro demone.

Nasce nel Gävleborg, a Hudiksvall. E´un po’ terra di nessuno: troppo a nord per essere legati ai grandi centri urbani come Stoccolma o Göteborg, troppo a sud per potersi considerare artici. Terra di grandi lavoratori e di emigrazione, almeno fino alla seconda guerra mondiale, quella che la Svezia non combatté.

Ad accorgersi di lui non é una big, ma il Sundsvall che solitamente lotta per non retrocedere. A lui va bene, perché gli permette di rimanere più o meno vicino a casa e proseguire gli studi fino al conseguimento del diploma.

Entra nelle grazie del CT svedese Nordin che lo porta a Italia ´90. Il mondiale della Svezia é scandaloso. Perdono tutte e tre le partite, compresa l’ultima, a Genova, contro la Costa Rica dove gli scandinavi passano in vantaggio e si qualificherebbero direttamente con un altro gol, ma vengono rimontati ed escono. L’unico a salvarsi, in quella sorta di cimitero di elefanti, é lui, che pure gioca bene e segna all’esordio con il Brasile.

Da pochi mesi, infatti, era stato chiamato dal Norrköping, che arriverà secondo nella regular season e perderà la finale per il titolo contro l’IFK Göteborg. Giá, all’epoca il campionato svedese si decideva ai play-off, con le migliori otto classificate.

Lui, però, quei play-off non li gioca nemmeno perché, appena dopo il mondiale, una giovane squadra emiliana, guidata da un ex libero del Milan, Nevio Scala, lo nota alla kermesse e se lo porta a casa. Quella squadra é il Parma che, al primo anno di Serie A nella sua storia, va a prendersi un posto in Europa con sette gol dello svedese.

Contribuisce con due gol anche alla Coppa Italia dell’anno successivo e, di fatto, potrebbe essere uno dei punti cardine del Parma che si prepara ad invadere l’Europa, ma il patron Tanzi ha fatto la lista della spesa e porta in Emilia anche Tino Asprilla. Gli stranieri sono quattro (il limite era tre) e, almeno un paio, sono di troppo: uno é un portiere, che pure é il bravo Taffarel, ma vuoi che in Italia non ci sia un altro capace a parare? L’altro é Tomas Brolin, che troverà posto solo quando un altro straniero, Grun, si romperà il menisco un paio di stagioni più tardi.

Rimane a Parma fino al ’95 e durante l’ultima stagione é finalmente in forma, grazie anche ad uno splendido mondiale americano. Il suo Parma é addirittura davanti alla Juve di Marcello Lippi. A novembre si gioca Svezia-Ungheria per le qualificazioni ad Euro ´96 e Brolin é davvero in serata: segna un gol di rapina portando in vantaggio i suoi, poi mette un assist per Martin Dahlin che raddoppia, ma, nel crossargli il pallone, impatta il terreno con il piede e se lo frantuma. Campionato finito.

Nel mercato autunnale del ’95 parte per l’Inghilterra, dove non si sono dimenticati di quello che aveva fatto prima dell’infortunio, ma é piuttosto sovrappeso ed entra in contrasto con l’allenatore Wilkinson, che prende malamente il Rödspätta dell’aprile successivo.

Il Rödspätta é la versione svedese del Pesce d’Aprile, una tradizione che in Svezia é molto forte e alla quale non era riuscito a resistere nemmeno Brolin, che aveva comunicato a mezzo stampa che sarebbe ritornato a Norrköping in prestito durante l’estate durante la pausa estiva della Premier. Va malissimo, così male che finisce fuori rosa.

L’estate successiva lo troviamo, sovrappeso, in Svizzera, da dove verrà cacciato malamente per fare ritorno a Leeds. Gli canteranno, in quella manciata di partite che giocherà, “Who ate all the pies”, un coro tipicamente inglese destinato ai calciatori corpulenti.

Niente da fare, vuole tornare a Parma, dove ancora gli vogliono bene e, soprattutto, non ci si può lamentare della cucina. E’ addirittura lui a sborsare 500mila pounds per garantirsi il prestito alla società ducale, dove però non riesce a incidere e non segna neppure un gol.

Torna in Inghilterra e ancora una volta gli tocca il ruolo di comparsa: il Crystal Palace lo vuole come attaccante prima, come allenatore in seconda (di Attilio Lombardo) poi, ma lo relega a semplice traduttore dell’ex centrocampista sampdoriano, che non parlava inglese.

Conclusa la stagione, prende il primo volo per la Svezia e, siccome il nonsense é il filo conduttore della sua esistenza, gioca una partita come portiere (sic!) con l’Hudiksvall, la squadra della sua città, poi si ritira, si mette a giocare a poker, pubblica un discutibile singolo di musica dance, apre un bar e lo chiude immediatamente perché perde la licenza per gli alcolici dopo aver servito birra a dei minorenni. Bisogna dire altro?

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