Prima di Allegri, Conte, Lippi e tutti gli altri – Jenő, il magiaro che riportò lo scudetto alla Juve

KarolyC’è sempre un primo. Primo uomo sulla Luna, prima squadra di calcio, primo bacio. Le risposte a queste tre domande sono Neil Armstrong, Genoa CFC e Federica (almeno per quanto mi riguarda).

Oggi sulla panchina della Juventus siede Massimiliano Allegri, che ha l’ingrato compito di sostituire Antonio Conte sia alla guida della squadra bianconera, che nel cuore dei suoi tifosi. L’inizio di campionato, sicuramente, è dalla sua parte.

Ma chi è stato il primo? Dico, il primo primo. Quello che per primo ha posato le sue chiappe sulla panchina di quella che sarebbe diventata la squadra più tifata, odiata, vincente e combattuta del nostro paese.

Negli anni dieci e venti il ruolo dell’allenatore, salvo rari casi, era impersonato dal capitano (un esempio è il fondatore del Milan Herbert Kilpin), o da qualche dirigente, a cui però si assegnava bene o male il compito di portare i palloni (quando c’erano), le divise e quant’altro.

La Juventus arrivò un po’ tardi alla decisione di avere una guida tecnica, dovuta anche al fatto che la squadra, dopo i primi anni galoppanti, era scivolata in un ventennio privo di vittorie.

Nel 1923 diventa presidente Edoardo Agnelli, il primo della sua famiglia, e decide di far diventare la Juventus una società moderna. Arriva lo stadio di Corso Marsiglia, un gioiello da 15mila spettatori inaugurato giocando un’amichevole contro una squadra, guarda un po’, ungherese. E arriva l’allenatore. Ungherese.

Si chiama Jenő, e badate bene che quella ő per gli ungheresi è importante (si pronuncia come la ö tedesca, ma più lunga). Di cognome, Karoly. Ha giocato ed è stato allenatore per l’MTK Budapest, proprio la squadra che ho seguito sabato scorso, e poi è arrivato in Italia, a Savona.

Come ci sia arrivato, da Sopron, posta al neonato confine con Vienna (la guerra era finita due anni prima), è un mistero. C’era un altro ungherese, suo omonimo, e di nome faceva Bela. Aveva giocato nel Milan ed era diventato allenatore a metà degli anni ’20, ma non è indicato da nessuna parte che potesse essere fratello o parente del neoallenatore juventino.

In tre anni, Karoly costruisce una squadra attorno a delle vere e proprie leggende. Il portiere è Combi, quello dei cinque scudetti consecutivi (anni ’30) e del mondiale del ’34, il capitano è Bigatto, un pazzo che giocava con la cuffia e fumava sigarette nell’ordine dei pacchetti al giorno (Wikipedia parla di 140), in difesa c’è il primo professionista Italiano della storia, Rosetta, le stelle sono i due ungheresi Ferenc Hirzer e Jozsef Viola, l’istriano Antonio Vojak, che diventerà Vogliano dopo l’italianizzazione dei nomi, e Piero Pastore, che a fine carriera diventerà attore e reciterà con Totò.

Le cronache parlano di un allenatore severo, fama dovuta forse all’aspetto austero (pelata e classici baffi magiari), nonostante un’età relativamente giovane (37 anni all’arrivo), e di una Juve che fa molta leva sulla forza fisica dei suoi giocatori, temprati dalle lunghe e faticose sessioni di allenamento con il magiaro.

All’epoca, il campionato si decideva con una fase finale su base geografica. Nel 1925-26, passato il primo girone con un vantaggio di 8 punti sulla Cremonese, la Juve va a giocarsi la finale contro la vincitrice dell’altro girone, il Bologna, che veniva spesso annoverato fra le squadre più forti al mondo dell’epoca, tanto da aggiudicarsi, una decina di anni più tardi, due edizioni della Coppa Mitropa, ovvero la Champions League italodanubiana anteguerra.

L’andata, a Bologna (con il Littoriale, poi Comunale, poi Dall’Ara, ancora di là da venire) finisce 2-2. Le cronache differiscono: c’è chi parla di un Bologna rimontato, c’è chi indica una Juve sul 2-1 e raggiunta da Muzzioli. Sta di fatto, che i due gol bianconeri li segna Hirzer, il prediletto di Karoly.

Il ritorno, invece, viene ricordato come una brutta partita, figlia della paura di non farcela da parte di entrambe le squadre. Siccome all’epoca non esisteva la regola dei gol in trasferta, che avrebbe premiato la Juventus, tantomeno non erano previsti i rigori, si giocò la “bella” a Milano, una settimana dopo. Durante quella settimana, però, Karoly non resse la tensione e, colpito da infartom se ne andò, ad appena 40 anni.

Nel lutto più profondo, la Juve andò all’Arena Civica con la volontà di regalare un titolo al suo condottiero sfortunato e vinse 2-1, portando a casa il suo secondo scude…no.

Quella partita viene erroneamente ricordata come la finale scudetto, mentre in realtà assegnava solamente il titolo di campione del Nord Italia. La vera partita decisiva, a cavallo di Ferragosto, si giocò contro l’Alba Roma, ma finì, in totale, 12-1 per la Juve. Ormai, Jenő, la sua impronta l’aveva messa.

I nipoti di Hidegkuti – Piacere, Torghelle Sandor

mtkGli ungheresi hanno un vizio che in Italia, ormai, è rimasto solo ai Carabinieri. Prima il cognome, poi il nome. A scuola, al lavoro. Anche allo stadio, sia quando ti registrano il nominativo sul biglietto (novità di questa giornata di campionato), sia quando elencano i nomi dei giocatori.

La prima partita ungherese che ho dovuto seguire è stata, sabato scorso, MTK Budapest contro Dunajvaros. I primi, lanciati a caccia di un Videoton imbattibile (8 su 8 fin’ora), i secondi fanalino di coda del campionato.

Per arrivare allo stadio ho dovuto prendere la metro blu, scendere a Kispest e poi l’autobus fino al Bozsik Stadion, quello dove avrebbe dovuto giocare Del Piero. Ma Del Piero non doveva andare alla Honved? Si, ma al Bozsik quest’anno c’è anche l’MTK, perchè lo stadio Hidegkuti, nel nono distretto, è soggetto a un pesante rifacimento. Ci sono stato pochi giorni fa per chiedere informazioni sui biglietti, ed è in condizioni decisamente fatiscenti, indegne del grande Nandor.

Il Bozsik è uno stadiolo che in Italia vedremmo probabilmente in Lega Pro (sono stato recentemente a Carrara, sono simili) e a vedere la partita c’erano forse 800 spettatori. Una miseria. E dire che di nomi in campo pure ce n’erano: l’ex bresciano Adam Vass è il punto di riferimento del centrocampo biancoblu, più la bandiera Joszef Kanta. Il secondo portiere dell’MTK è italiano, si chiama Federico Groppioni, scuola Napoli e una manciata di presenze in terza e quarta serie con Gubbio, Potenza e Monopoli, prima di arrivare nella capitale ungherese per seguire la compagna.

Durante la lettura delle formazioni, che ascolto distrattamente, sento un boato ad un cognome-nome relegato in panchina. Com’è possibile, per un giocatore che neanche è in campo?

Guadagno con fatica una distinta e poi quel nome. Torghelle Sandor. Ah, Torghelle non si legge come lo fareste voi. Non è un centrocampista di Eccellenza trevisana. Si pronuncia più o meno Torjel, ma non credo di essere in grado di produrre quel suono fra la R e la J. Pazienza

Comunque Torghelle è stato un profeta poco fortunato del calcio magiaro: lo volle il Panathinaikos e fallì, lo provò il Crystal Palace e andò in malora. Ha trovato un po’ di fortuna nella seconda serie tedesca, prima di tornare in patria dove praticamente gioca da esterno di centrocampo. E’ stato infortunato durante le prime partite e proprio sabato era il suo rientro. Ha giocato un secondo tempo spettacolare, propiziando l’assist che ha portato al rigore del 2-0.

Un giocatore senza categoria: troppo forte per competere in patria, troppo (debole? scarso? disattento? Non saprei dirlo) per avere successo all’estero.

 

Ferma a Torino, Viareggio, Gubbio e Budapest – L’Orient Express di Raffaele Alcibiade

Febbraio 2010, Juventus-Empoli 4-2, torneo di Viareggio. Primavera 2011, girone di ritorno del campionato di Lega Pro. Autunno 2014, Budapest, nono distretto. Praticamente un tragitto ferroviario degno del mitico Orient Express, che proprio il governo ungherese sta cercando di riportare in attivita’ per i suoi cittadini piu’ facoltosi.
 La vita porta ciclicamente a rivivere avvenimenti e persone simili. Nella prima circostanza, ero a casa a divorarmi la finale di uno dei tornei giovanili più importanti del paese e a godermi quella che immaginavo potesse diventare la Juventus di oggi. Tre di quei quattro gol li fece Ciro Immobile, che giusto poche ore fa ha messo il suo primo in Champions con la maglia del Borussia.
C’erano anche Marrone, Iago e Pinsoglio, tutti con pedigree da Serie A. C’è anche Raffaele Alcibiade, che un anno dopo veste la maglia del Gubbio, nel girone di ritorno del campionato di Lega Pro. Quel campionato l’ho seguito per una radio di Gubbio, TRG, e ho avuto la fortuna di commentare un’impresa storica, cioè la promozione della squadra umbra in Serie B. In quel Gubbio c’era anche Ayub “Dado” Daud, punta di origini somale e alla Juve un paio di anni prima, sempre vittorioso al Viareggio.
Tre anni dopo, siamo tutti e tre a Budapest. Io, Alcibiade e Daud. Daud non c’è, perchè tre giorni prima dell’inizio del campionato è stato tradito dal suo crociato ed è stato operato a Szekesfehervar alcuni giorni fa. Ci siamo io e Raffaele, al bar, a parlare di calcio e di come il calcio e il lavoro ci hanno portati qui. “Io e Dado abbiamo fatto otto anni insieme alle giovanili della Juve, poi il girone di ritorno a Gubbio e adesso siamo tutti e due qui alla Honved. Ci conosciamo da una vita, l’ho accompagnato io a casa dall’ospedale dopo l’operazione”
Partiamo dall’inizio, Juve. “Era un’ottima squadra, se vedi i nomi. Ultimamente però la Juve ha dato poco spazio a quelli cresciuti nel settore giovanile”. Eppure Giovinco, Marchisio e De Ceglie ce l’hanno fatta. “Loro hanno avuto la, diciamo, fortuna di essere arrivati a ridosso della prima squadra con la Juve in Serie B. La Juve aveva un gran bisogno di loro. Sicuramente sarebbero emersi comunque, perchè hanno i grandi numeri, però un giocatore può anche perdersi se a quell’età non riesce a giocare”.
Non è stato un divorzio facile con la Juve. “Ho fatto la preparazione con Ferrara e Del Neri, poi sono andato in prestito al Pescara nel 2010 e ho fatto ritorno in inverno. Potevo fare il quarto difensore, invece hanno puntato su altri e sono finito a Gubbio. Lì mi sono trovato bene, ma era una squadra già collaudata e ho trovato poco spazio”. Saresti rimasto? Visto il campionato che fecero in B l’anno dopo, avresti potuto offrire qualcosa in più. “Sarei rimasto molto volentieri, ma la Juve chiese troppo e non trovarono l’accordo, così sono andato a Nocera. Anche lì è stata dura, perchè con il ritorno di Auteri in panchina, nella parte finale di campionato, ho giocato solo pochi minuti all’ultima giornata, contro il Pescara”.
Su Wikipedia c’è scritto 2012-2013 Juventus. “Ero tornato di proprietà loro, ma chiaramente non avrei trovato posto. Il problema era trovare un accordo con qualche squadra, poi è uscita la Carrarese di Buffon, proprio all’ultimo girono di mercato. Non avessi accettato, sarei stato lontano dal campo fino al mercato invernale.  Alla fine mi ero pure ritagliato un ruolo, però la squadra era in crisi nera e abbiamo perso le prime cinque partite. Quando è scaduto il prestito si è fatta avanti la Honved con il direttore sportivo Cordella e ho accettato”.
Come mai l’Ungheria? “Volevo fare un’esperienza all’estero e ho pensato che questa potesse essere un’ottima vetrina. E la è. Mi esalta la possibilità di giocare per un posto in una competizione europea, abbiamo anche fatto qualche gara di Europa League la scorsa stagione. Il livello è buono, ci sono imprenditori che investono nel calcio.”
Non so tu, ma io quando sono arrivato a Kispest la prima volta ho visto le case intorno e lo stadio. Ero un po’ depresso. “Beh conta che sono arrivato in inverno e non ho giocato una partita fino alla ripresa del campionato, però effettivamente qualche domanda me la ponevo. Però poi c’è molto altro. La città offre molti svaghi, la qualità della vita, almeno a Budapest, è quasi la stessa che in Italia. Forse fuori dalla capitale c’è qualche differenza in più” E giocare qui com’è? “Purtroppo siamo in una condizione un po’ sfavorevole, perchè il nostro club ha venduto i diritti del nome di Ferenc Puskas alla Puskas Academia, una squadra fondata dal nulla nel villaggio in cui risiede il primo ministro Orban, per cui i nostri tifosi boicottano le partite in casa. Finiamo per avere lo stadio deserto quando siamo a Kispest e in trasferta portiamo 1000 tifosi”. Però ci sono gli stadi nuovi. “Avremo il nostro l’anno prossimo, però ho già visto quelli di Dyosgyor, Debrecen e Ujpest. Sono ipermoderni, danno una grande motivazione. Anche quello del Ferencvaros, dove giocheremo ad Aprile”.
Cosa ti dà la carica qui? “Giocare spesso di notte. E’ una cosa che preferisco anche alle partite con lo stadio pieno, ma al pomeriggio. Di notte c’è un’atmosfera diversa” Cosa manca qui per fare il salto di categoria in ambito europeo? “Forse un po’ di mentalità. Per parlare delle piccole cose, quando siamo arrivati noi italiani, ci siamo accorti che i giocatori prima della partita non mangiavano assieme. E che mangiavano male. Per fortuna con gli allenatori italiani, prima Rossi e poi Vierchowod, si è ritornati a un minimo di regolarità” E i talenti? Se ne producevano tanti… “Ce ne sono, però forse le società stesse hanno mollato un po’ la presa quando il gap economico col resto d’Europa si è fatto grande”
Puskas è onnipresente. “Ci sono dei bar dove ti servono con la sua maglietta. Vedo le sue foto su ogni muro. Forse solo Maradona è stato idolatrato tanto in una città” Che campionato state facendo? “Direi buono, anche se ci mancano tre punti. Alla terza giornata abbiamo dominato la partita col Niyregyhaza eppure abbiamo perso. Ce la caviamo molto bene in difesa. Qui avevo iniziato come terzino, ora però gioco come centrale, che sarebbe anche il mio ruolo naturale. Ho segnato un gol contro la Puskas Academia, ma non è quello il mio mestiere. Effettivamente qualcuno che faccia gol ci manca” Uno come Bonazzoli? “Lo scorso anno è arrivato e posso garantire che se l’è sempre giocata al 100%, ma non stavamo andando benissimo in campionato e facevamo fatica ad aiutarlo, in più si è fatto male ed è tornato in Italia”.
Ultima domanda in ambito calcistico, Del Piero? Eravate davvero così vicini? “Lui sarebbe venuto perchè Budapest è molto più vicina a Torino piuttosto che Nuova Dehli. Lo avrebbe fatto un po’ per la famiglia, un po’ perchè lo affascinava la maglia di Puskas. Non era assolutamente una cosa irrealizzabile”. E se ti chiedessi se arriva a gennaio? Qui non risponde. O meglio, si prende qualche secondo, che già dice qualcosa, e poi se ne esce con un “Non lo so”. Sono soddisfatto.
Vabè, le classiche domande di rito. E’ vero che a fare il calciatore si becca? “Si”. E a Budapest? “Pure. Non mi fare dire altro”, sorride. Ciao Raffaele e grazie per la chiacchierata. Grazie anche agli amici di “Dario Hubner ti vede” per averci messo in contatto!

Egészségedre – La tua birra del cuore

2014-09-12 19.31.06Ammetto che questa settimana non avevo granché voglia di scrivere e di argomenti ne sono saltati fuori pochi, giacchè la prima partita di campionato riuscirò a vederla solo il 20, quando il Dunajvaros farà visita all’MTK sul neutro di Kispest.

Ma a voi non ve ne frega un cazzo.

Cosi come non ve ne fregherà nulla del fatto che ho bevuto una birra prodotta da una squadra di calcio, che magari non è nemmeno l’unica, ma io una roba del genere non l’ho mai vista.

Non vado pazzo per le Vilàgos, che poi è l’Ungherese per “Lager”, però questa dovevo provarla. la Fradi Sör, o meglio Birra Fradi, altri non è che la birra prodotta dal Ferencvaros, cioè il club calcistico e polisportivo più vincente e tifato in Ungheria. Un po’ come se, sui vitigni fuori Torino, la Juventus si mettesse a produrre vino.

Devo dire che è andata giù piacevolmente, ma non starò lì ad elencare se era fruttata o meno, che non è il mio mestiere. Cheers!

Mi történt? – Nuovo stadio, vecchie facce

2014-09-07 19.04.41-1-1E’ arrivata la prima, inevitabile, partita ungherese. E che partita. Prima giornata delle qualificazioni al primo Europeo a 24 squadre, cioè un briciolo di possibilità in più per l’Ungheria, peraltro inserita in un girone non impossibile assieme a Grecia, Romania (favorite), Finlandia, Isole Far e Irlanda del Nord. Già, l’Irlanda di Belfast. La sfida tra due ex-ex big del calcio europeo ha già sancito che, probabilmente, neppure questo sarà il biennio dei magiari, andati in vantaggio a un quarto d’ora dal termine dopo una buona partita, raggiunti a 5′ dalla fine e rimontati nel recupero con due gol quasi in fotocopia. Il secondo degli Irlandesi lo ha segnato l’ex palermitano Kyle Lafferty, che, tra l’altro, era l’unico dei ventidue in campo che conoscevo. Dopo il 2-1, è scoppiato l’urlo rabbioso dei 25mila della Groupama Arena. Mi történt? Che sta succedendo? Lo stadio è sempre un grande esperimento sociale. L’Ungheria è praticamente il terzo paese in cui vedo dal vivo una partita di calcio, per cui non posso dirmi un grande esperto in materia, ma quasi sicuramente si avvicina più all’Italia che non alla Svezia in quanto a sobrietà dei tifosi. Non che io nutra particolare simpatia per gli anglosassoni, tanto meno per i protestanti di Belfast, ma almeno loro hanno dato l’idea di divertirsi dal primo all’ultimo minuto di una partita fondamentalmente noiosa (e che loro, fino al suicidio magiaro, 2014-09-07 17.57.23-1difficilmente avrebbero portato a casa), mentre i padroni di casa, fatta salva la coreografia durante l’inno nazionale, mi hanno dato l’idea di essere allo stadio solo per sfogare qualche istinto recondito. Due episodi vale la pena di menzionare. Il primo è la presenza di individui ben poco raccomandabili nel servizio d’ordine, spesso tirati fuori dalle galere o dalle sezioni del partito di Jobbik (leggere questo interessante articolo di un tifoso del Ferencvaros per maggiori info), come suggerivano diversi tatuaggi. Il motivo della loro presenza è legato al rapporto 2014-09-07 18.09.08-1morboso fra la politica, il premier Viktor Orban e il calcio ungherese, nel quale i (pochi) magnati sono praticamente amici intimi del primo ministro, rieletto quest’anno con una maggioranza “bulgara” (ormai verrebbe da dire “maggioranza ungherese”) dopo aver stravolto la costituzione e stabilito un complicato sistema di censura radiotelevisiva che tanto ricorda quello dell’Ungheria della Guerra Fredda, con la differenza che, questa volta, il primo ministro conservatore va a braccetto con un partito di nazisti dichiarati, Jobbik per l’appunto. Probabilmente la cosa non gli gioca neppure contro, perchè la sinistra ungherese ha realizzato il più clamoroso degli autogol mentre era al governo nel 2009, quando, in piena crisi, il premier Gyurcsani è stato registrato di nascosto mentre ammetteva di aver nascosto le vere proporzioni del tracollo economico al suo popolo. Insomma, a sinistra, in riva al Danubio, non ci votano più in tanti. Il secondo episodio mi è letteralmente passato di fianco. Dovete sapere che gli ungheresi sono indubbiamente un gran popolo, ma la maggior parte di essi ha un difficile rapporto con la componente zingara del paese. Non che io sia un santo in termini di accettazione del prossimo e assenza di pregiudizi, però ho sempre evitato esternazioni e altre menate. Posso perfino comprendere i motivi di tanto astio (basta una giornata in giro per Budapest per farsi un’idea della situazione), ma non ho mai sentito l’altra campana e temo sarà difficile farlo, vista la barriera linguistica/culturale. Comunque, si, gli ungheresi, almeno quelli che votano Jobbik e Fidesz (e siamo al 64%) sono razzistelli. Ed è così che una ragazza abbastanza scura di carnagione, con una maglia bianca (inframezzata da una striscia verde e rossa) e una videocamera si fa spazio fra i tifosi che la osservano come se fosse un’ appestata. E dire che è pure molto carina. Mi accorgo che parla col mio vicino di seggiolino (che tra l’altro ha passato il primo tempo a fumare, nonostante fosse vietato) e gli fa vedere il numero del biglietto. E’ il suo seggiolino. Il tizio, di malavoglia, le fa spazio e porta il suo tabagismo altrove. Deve avere pensato “Ma adesso gli zingari comprano i biglietti e vengono a vedere le partite della nazionale?”. Ammetto che per un attimo sono stato stupito pure io. Poi ho visto la maglia, era del Fluminense. E lei era brasiliana. PS no, non sarebbe cambiato nulla se lei fosse stata davvero gitana, il tizio vicino a me era un pezzo di merda, lei sarebbe stata sempre molto carina e mi avrebbe fatto piacere vedere che alla fine l’Ungheria, almeno allo stadio, è un filo più coesa di quello che i reazionari di questo paese mostrano.

Disco di platino – Il calciatore Desaparecido

szucs-sandor_4I venti di guerra dell’Est rimandano indietro di sessant’anni, quando Budapest era al di là di una cortina impenetrabile e che adesso, invece, pare estremamente malleabile.

Che ne sarà del pianeta (e dell’Ungheria) nei prossimi mesi, ancora non si sa. Di certo, negli anni ’50 le cose non si mettevano granchè bene e già prima della rivoluzione voluta da Imre Nagy e sconvolta dai carri armati sovietici, c’era qualcuno che dalla cortina voleva andarsene. Non per politica, ma per amore.

E’ il 1950 e l’Ujpest non vince un campionato da tre anni, tuttavia rimane una delle squadre in grado di contrastare lo strapotere della Honved che, di lì a poco, sarà l’ossatura della nazionale vicecampione a Svizzera ’54.

Un elemento importante di quella squadra e già componente della selezione nazionale durante gli anni ’40, era Sandor Szucs, difensore ormai non lontano dal ritiro. Classe 1921, aveva difeso i colori bianco-lilla sin dalla fine della guerra.

Come accade oggi, fra star ci si intende: fu così che il difensore Szucs, sposato e padre di due figli, riuscì a fare breccia nel cuore di Erzsebet Kovacs, anch’essa coniugata, nonostante la giovane età. “Erzsi” era una promettente cantante di Budapest, venuta a mancare pochi mesi fa ad 86 anni.

Fra i due esplose un amore che mise in difficoltà la rigida e bigotta società sovietica su cui era improntata l’Ungheria guidata da Rakosi, l’uomo del “con noi, o contro di noi” che, di fatto, creò ancora più rancore nel suo popolo prima della già menzionata rivoluzione.

La dirigenza del club, impose a Szucs di troncare la relazione, ma lui era già in contatto con alcuni personaggi che avrebbero potuto accompagnarlo, assieme ad Erszi, in Jugoslavia, da dove poi avrebbero proseguito verso l’Europa libera, possibilmente in Italia dove, pare, c’era già qualcuno pronto ad ingaggiarlo.

Non si sa se a tradirli furono i banditi di cui sopra, o addirittura alcuni compagni di squadra di Sandor, sta di fatto che la polizia segreta interruppe la loro fuga a pochi chilometri dal confine.

Di Sandor Szucs, ancora oggi ricordato dalla tifoseria dell’Ujpest, si sono perse le tracce e non se n’è saputo più niente fino all’apertura dei documenti riservati, a Guerra Fredda conclusa. Di lui, si sapeva solo la scomparsa e la rocambolesca (e fallita) fuga, raccontata da Erzsi Kovacs a partire dagli anni ’60 quando, diventata una popolare cantante ungherese  e conquistato un disco di platino, lasciò effettivamente la sua nazione per stabilirsi in Occidente.

Il motivo per il quale la polizia si accanì contro il difensore non era tanto per la defezione in sé (ne accadevano diverse, in quel periodo), quanto per il timore che altri giocatori potessero fare altrettanto, indebolendo quello che era l’orgoglio nazionale ungherese, l’Aranycsapat (la squadra dei sogni) che pochi anni dopo stupirà il mondo grazie alle giocata di Puskas, Kocsis, Hidegkuti etc.

Non a caso, saranno proprio loro i primi ad abbandonare il paese, durante una trasferta in Belgio occorsa proprio durante i moti del 1956. Allora, Sandor Szucs era un “Desaparecido” da cinque anni.