Prima di Allegri, Conte, Lippi e tutti gli altri – Jenő, il magiaro che riportò lo scudetto alla Juve

KarolyC’è sempre un primo. Primo uomo sulla Luna, prima squadra di calcio, primo bacio. Le risposte a queste tre domande sono Neil Armstrong, Genoa CFC e Federica (almeno per quanto mi riguarda).

Oggi sulla panchina della Juventus siede Massimiliano Allegri, che ha l’ingrato compito di sostituire Antonio Conte sia alla guida della squadra bianconera, che nel cuore dei suoi tifosi. L’inizio di campionato, sicuramente, è dalla sua parte.

Ma chi è stato il primo? Dico, il primo primo. Quello che per primo ha posato le sue chiappe sulla panchina di quella che sarebbe diventata la squadra più tifata, odiata, vincente e combattuta del nostro paese.

Negli anni dieci e venti il ruolo dell’allenatore, salvo rari casi, era impersonato dal capitano (un esempio è il fondatore del Milan Herbert Kilpin), o da qualche dirigente, a cui però si assegnava bene o male il compito di portare i palloni (quando c’erano), le divise e quant’altro.

La Juventus arrivò un po’ tardi alla decisione di avere una guida tecnica, dovuta anche al fatto che la squadra, dopo i primi anni galoppanti, era scivolata in un ventennio privo di vittorie.

Nel 1923 diventa presidente Edoardo Agnelli, il primo della sua famiglia, e decide di far diventare la Juventus una società moderna. Arriva lo stadio di Corso Marsiglia, un gioiello da 15mila spettatori inaugurato giocando un’amichevole contro una squadra, guarda un po’, ungherese. E arriva l’allenatore. Ungherese.

Si chiama Jenő, e badate bene che quella ő per gli ungheresi è importante (si pronuncia come la ö tedesca, ma più lunga). Di cognome, Karoly. Ha giocato ed è stato allenatore per l’MTK Budapest, proprio la squadra che ho seguito sabato scorso, e poi è arrivato in Italia, a Savona.

Come ci sia arrivato, da Sopron, posta al neonato confine con Vienna (la guerra era finita due anni prima), è un mistero. C’era un altro ungherese, suo omonimo, e di nome faceva Bela. Aveva giocato nel Milan ed era diventato allenatore a metà degli anni ’20, ma non è indicato da nessuna parte che potesse essere fratello o parente del neoallenatore juventino.

In tre anni, Karoly costruisce una squadra attorno a delle vere e proprie leggende. Il portiere è Combi, quello dei cinque scudetti consecutivi (anni ’30) e del mondiale del ’34, il capitano è Bigatto, un pazzo che giocava con la cuffia e fumava sigarette nell’ordine dei pacchetti al giorno (Wikipedia parla di 140), in difesa c’è il primo professionista Italiano della storia, Rosetta, le stelle sono i due ungheresi Ferenc Hirzer e Jozsef Viola, l’istriano Antonio Vojak, che diventerà Vogliano dopo l’italianizzazione dei nomi, e Piero Pastore, che a fine carriera diventerà attore e reciterà con Totò.

Le cronache parlano di un allenatore severo, fama dovuta forse all’aspetto austero (pelata e classici baffi magiari), nonostante un’età relativamente giovane (37 anni all’arrivo), e di una Juve che fa molta leva sulla forza fisica dei suoi giocatori, temprati dalle lunghe e faticose sessioni di allenamento con il magiaro.

All’epoca, il campionato si decideva con una fase finale su base geografica. Nel 1925-26, passato il primo girone con un vantaggio di 8 punti sulla Cremonese, la Juve va a giocarsi la finale contro la vincitrice dell’altro girone, il Bologna, che veniva spesso annoverato fra le squadre più forti al mondo dell’epoca, tanto da aggiudicarsi, una decina di anni più tardi, due edizioni della Coppa Mitropa, ovvero la Champions League italodanubiana anteguerra.

L’andata, a Bologna (con il Littoriale, poi Comunale, poi Dall’Ara, ancora di là da venire) finisce 2-2. Le cronache differiscono: c’è chi parla di un Bologna rimontato, c’è chi indica una Juve sul 2-1 e raggiunta da Muzzioli. Sta di fatto, che i due gol bianconeri li segna Hirzer, il prediletto di Karoly.

Il ritorno, invece, viene ricordato come una brutta partita, figlia della paura di non farcela da parte di entrambe le squadre. Siccome all’epoca non esisteva la regola dei gol in trasferta, che avrebbe premiato la Juventus, tantomeno non erano previsti i rigori, si giocò la “bella” a Milano, una settimana dopo. Durante quella settimana, però, Karoly non resse la tensione e, colpito da infartom se ne andò, ad appena 40 anni.

Nel lutto più profondo, la Juve andò all’Arena Civica con la volontà di regalare un titolo al suo condottiero sfortunato e vinse 2-1, portando a casa il suo secondo scude…no.

Quella partita viene erroneamente ricordata come la finale scudetto, mentre in realtà assegnava solamente il titolo di campione del Nord Italia. La vera partita decisiva, a cavallo di Ferragosto, si giocò contro l’Alba Roma, ma finì, in totale, 12-1 per la Juve. Ormai, Jenő, la sua impronta l’aveva messa.

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