Szabadság nap – Honved, ultimo atto

milan-honved-1956Il 21 ottobre del 1956, la Honved batte 2-1 il Vasas e conclude l’ultima giornata di campionato con tre punti di vantaggio sull’Ujpest. Sarebbe scudetto, ma siccome in estate la nazionale ha dovuto giocare alcuni incontri, si devono ancora recuperare una decina di partite, fra cui quelle dell’MTK, all’epoca Voros Lobogo, che in teoria poteva ancora raggiungere i rossoneri.

Due giorni prima della fine di tutto.

Otto giocatori di quella Honved erano stati, due anni prima, le colonne portanti della nazionale che perse la finale, in rimonta, contro la Germania Ovest, per 3-2.

Quelli erano i Mighty Magyars, o l’Aranycsapat (la squadra d’oro), così ribattezzata da Sport Popolare (Nepsport) dopo la fantastica vittoria per 6-3 a Wembley contro l’Inghilterra. Una vittoria così sentita da far aprire un caffè sportivo con lo stesso nome vicino a Boraros Ter e sarà presto meta di questo blog.

Capisaldi della Honved, e della Grande Ungheria, erano ovviamente Ferenc Puskas, poi Jozsef Bozsik a centrocampo, Zoltan Czibor a supporto di Puskas in attacco assieme a Sandor Kocsis. Portiere: Gyula Grosics.

Avendo vinto il titolo anche l’anno prima, la Honved si era guadagnata la partecipazione ad una delle primissime edizioni della Coppa dei Campioni, con il chiaro intento di fermare la cavalcata del Real Madrid che già aveva vinto le prime due. A spuntare i vari nomi, la finale, salvo scherzi del sorteggio, era annunciata.

Due giorni dopo l’ultima di campionato del Nemzeti Bajnoksag, la massima divisione magiara, si tiene una manifestazione studentesca a Budapest contro il leader stalinista del Partito Ungherese dei Lavoratori, il sessantaduenne Matyas Rakosi.

Quello che sembrava essere un corteo (mai banale, data l’epoca), destinato ad essere sciolto dalla polizia segreta nel giro di pochi minuti, attirò curiosi, che poi si trasformarono in militanti. Alla fine erano migliaia.

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La sera del 23 ottobre 1956 un’orda di manifestanti si riverso contro i principali palazzi del potere ungherese chiedendo a gran voce le dimissioni di Rakosi da segretario, quelle del suo delfino Hegedus dal ruolo di primo ministro a beneficio di un elemento più moderato del regime, l’uscita delle truppe sovietiche dall’Ungheria e una liberalizzazione politica ed economica del paese. Riuscirono, in qualche modo, a far giungere il messaggio via radio, nonostante le prime perdite, anche a chi rimaneva lontano dalla capitale. La voce si sparse così a Gyor, Sopron, Miskolc, Debrecen, nelle quali scoppiò la rivolta

Il giorno dopo, con il paese nel caos, Hegedus rassegnò le dimissioni e, di fatto, anche Rakosi, già abbandonato da Kruscev, appendeva le scarpe al chiodo.

Imre Nagy, diventò il primo ministro e chiese subito un rapporto paritario con Mosca, che rispose gentilmente inviando più carri armati di quanto avesse fatto la Germania Nazista durante la seconda guerra mondiale nella Campagna di Russia.

La resistenza del governo di Imre Nagy fu di un paio di settimane, durante le quali parte dell’esercito si schierò con lui e, assieme ad esso, una lunga serie di brigate di liberi combattenti, fra cui quella dell’Università Corvinus, capeggiata dal giovane Gergely Pongratz.

E’ immaginabile che, senza una reazione russa, il governo ungherese avrebbe provato una via democratica al socialismo tramite le riforme del pur comunista Nagy, come stava accadendo nel nord Europa. Oggi, probabilmente, avremmo un’Ungheria liberale e non ancorata a valori tradizionali e religiosi, dovuti probabilmente alla reazione estrema dei suoi cittadini contro il loro passato. Un salto da un estremismo al suo opposto, con soli 25 anni di gap.

Ai primi di novembre, quando i rapporti di forza erano definitivamente dalla parte di Mosca, il governo Nagy si rifugiò presso l’ambasciata Jugoslava, fatta eccezione per il ministro Istvan Bibo, che rimase in parlamento fino a quando non furono i collaborazionisti della polizia segreta a tirarlo fuori con le cattive. Nagy e il resto del suo governo, vennero deportati in Romania e giustiziati due anni dopo. Per Nagy, il funerale si svolse quando la Cortina di Ferro iniziava ad arrugginirsi, sul finire degli anni ottanta.

Però ci sono un sacco di cose rimaste in sospeso. Ad esempio il campionato di calcio, che non riprenderà mai e non verrà mai assegnato. Anzi, nel 1957 ricomincerà daccapo, in primavera, e lo vincerà il Vasas, che quindi giocherà l’edizione della Coppa dei Campioni successiva.

Però, attenzione, c’è da giocare ancora la Coppa del 1956. E lì c’è la Honved.

Spettatori degli eventi nella capitale, i giocatori ungheresi si spostarono in Spagna per giocare il primo turno del torneo più importante d’Europa. Avversario è l’Atletico Bilbao (all’epoca il nome era ispanico), che al San Mames passa per 3-2, con gol ungheresi di Budai e Kocsis. Tutto questo quando dalla rivoluzione è passato un mese e si è già insediato, al palazzo del governo e con il supporto dei sovietici, Janos Kadar.

La Honved, da quella trasferta in Spagna, non tornerà a casa. Inizia una lunga serie di partite durante le quali raccoglierà fondi per mantenersi in attività (tra cui una a San Siro contro il Milan), poi riesce ad organizzare la partita di ritorno con l’Atletico Bilbao a Bruxelles, dove arrivano in 30mila per assistere all’ultimo pezzo di eredità di quella rivoluzione. Quelli che non ci erano voluti stare ai giochi di potere e se n’erano rimasti fuori, anche a costo di venire puniti. Vedere, non vedranno nulla, perchè la partita si giocò con una nebbia fantozziana. E fu un peccato, perchè la partita finì 3-3 e Ferenc Puskas, a quattro minuti dalla fine, segnò il suo ultimo, inutile, gol con la maglia rossonera.

Di quella rivoluzione, se ne parlerà anche in acqua, a migliaia di chilometri di distanza, dove l’Ungheria si prende una clamorosa rivincita, batte l’Unione Sovietica nella semifinale di pallanuoto alle Olimpiadi di Melbourne del 1956, in una partita divenuta famosa per il sangue perso da Ervin Zador dopo un pugno del russo Prokopov. Ne risentirà indirettamente anche il grandissimo pugile Laszlo Papp, medaglia d’oro a quei giochi, che verrà privato dello status di professionista ottenuto in Austria perchè, nell’Ungheria sovietica, uno sportivo non poteva guadagnare soldi dalle sue prestazioni. Concluderà la carriera imbattuto

Ma poi, che fine hanno fatto?

Honved: la squadra, eliminata dalla Coppa dei Campioni, si divise. Chi rimase in Ungheria sfiorò la retrocessione l’anno successivo, mentre quelli che partirono vennero squalificati dalla Fifa per uno o due anni. La federazione messicana offrì ai giocatori di poter continuare a portare avanti il nome della squadra, come avevano fatto con i rifugiati baschi durante la guerra civile di vent’anni prima, ma non se ne fece niente.

Sandor Kocsis: dopo aver scontato la squalifica in Svizzera e aver giocato una manciata di partite con una squadra locale, raggiunse Kubala, da anni al Barcellona, dove diede vita ad una grandissima squadra, una delle poche a mantenere il livello del Real Madrid in Spagna e a poter vantare il ruolo di unica opposizione possibile al nazionalismo franchista iberico. E’ morto, forse suicida, nel 1979, cadendo da una finestra da un’ospedale della città catalana.

Matyas Rakosi: il grande vecchio dello stalinismo ungherese venne esiliato da Janos Kadar e non fece mai più ritorno in patria prima della morte, avvenuta a Gorky nel 1971. Il suo esilio pare fosse dovuto al timore di possibili ritorsioni della popolazione nei suoi confronti

Gyula Grosics: il portiere della Honved era, tuttavia, tifoso del Ferencvaros e stava per coronare il sogno di trasferirsi nella sua squadra del cuore quando fu il regime stesso ad impedirglielo. Terminò la carriera nel Tatabanya e venne invitato a presenziare ad un’amichevole contro lo Sheffield nel 2008, quando, a 82 anni, vestì finalmente la maglia del Fradi e giocò 40 secondi di quella partita, toccando il pallone del calcio d’inizio.

Istvan Bibò: catturato in parlamento dall’AHV, la polizia ungherese, fu uno dei pochi risparmiati dal processo tenutosi dopo la rivoluzione. Nel 1963 ottenne l’amnistia, ma venne costretto a non occuparsi più di politica e morì nel 1971.

Ervin Zador: il giocatore di pallanuoto della grande Ungheria del 1956 non potè scendere in acqua per la finale, a causa del suo grave infortunio all’occhio. Non fece mai ritorno in patria, perchè proprio al termine dei giochi si dichiarò rifugiato politico e visse il resto della sua esistenza negli Stati Uniti.

Gergely Pongratz: dopo la rivoluzione riuscì a fuggire negli Stati Uniti e fece ritorno in Ungheria solo nel 1991. Per protesta contro le elezioni del 1994, che avevano premiato il vecchio partito socialista dopo quattro anni di democrazia, fondò Jobbik, oggi uno dei movimenti politici di estrema destra più temuti e violenti a livello europeo. E’ morto nel 2005.

Zoltan Czibor: Passò in Italia, alla Roma, che però non lo poté schierare per la squalifica che l’Uefa gli aveva comminato. Chiuse la carriera nel Barcellona, prima di avventurarsi in una miriade di squadre locali catalane. Vincerà due scudetti in blaugrana.

Jozsef Mindzsenti: non lo avevamo nominato, in questa storia. Era l’arcivescovo di Budapest, durante la guerra aveva fortemente combattuto il governo delle Croci Frecciate ed era ritornato nella capitale dopo gli anni di esilio durante la rivoluzione del 1956. Una volta sconfitto il governo Nagy, fu costretto a riparare nell’ambasciata americana, dove avrebbe vissuto per i successivi quindici anni.

Jozsef Bozsik: tornò in patria, probabilmente il migliore fra quelli a non lasciare tutto. Venne premiato con un posto nel, piuttosto inutile, parlamento ungherese dell’epoca. Morto nel 1978, dà il suo nome allo stadio della Honved nel quartiere di Kispest.

Janos Kadar: dopo aver tradito Nagy e aver ricevuto il potere dalle mani dei russi, lo mantenne praticamente fino alla fine della Cortina di Ferro. Il suo regime fu fra i più morbidi dell’Est Europa, probabilmente per non risvegliare il rancore mai sopito del popolo dopo le battaglie del 1956.

Ferenc Puskas: due anni di squalifica, il Manchester United lo rifiuta perchè “vecchio e grasso”, e poi infila un trittico di Coppe dei Campioni con la maglia del Real, fra cui una in cui gli venne proibito di giocare la semifinale di ritorno, perchè sarebbe stata proprio in Ungheria, dove non mise più piede fino al termine della guerra fredda. Di lui, si disse che era morto durante gli scontri in piazza. Evidentemente, pure il suo fantasma sapeva giocare a calcio. E’ morto, malato di Alzheimer, nel 2006.

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Messi e Santo Stefano – I tatuaggi degli ungheresi

FB_IMG_14134777770265250Partiamo da un preambolo: qualche giorno fa, in circostanze tragicomiche, mi si è rotto il piercing. Ce l’avevo da due anni, poi l’ho fatto cambiare lo scorso luglio visto che la pelle si era accorciata e continuava a ballarmi. E niente, stavolta l’ho messo nero, si intona meglio con occhi, capelli e sopracciglia scure, fine del preambolo.

L’Ungheria è come il campionato di calcio: se hai un tatuaggio, sei fico, altrimenti no. Siccome io non sono un grande fanatico dei tatuaggi, finisco inevitabilmente nel secondo gruppo e trovare un posto che faccia sia tatuaggi che piercing si è rivelata un’impresa quasi titanica. Alla fine, ne ho pescato uno in un centro commerciale alla stazione di Nyugati.

Che se uno nell’ottobre del 2004 mi avesse chiesto “Dove ti immagini di essere fra dieci anni?”, tutto avrei risposto, tranne che “A farmi cambiare il piercing in stazione a Budapest”.

E niente, mentre ero lì che aspettavo in coda, mi sono messo a sfogliare un libricino di foto di tatuaggi fatti in quel negozio. Come dicevo, non sono un grande fanatico di tatuaggi. Implicitamente credo di avere un pelo di fifa per il dolore, ma è anche perchè non avrei idea di che cacchio tatuarmi. Dev’essere una cosa che mi rimane dentro per la vita, ma cosa ti rimane dentro per la vita? La squadra di calcio? Troppo banale. La fede politica? Tsè, dovreste vedere la testa di cazzo che ero dieci anni fa. La fidanzata? Ma neanche per sogno (e poi, anche volendo…). I figli? Si, bravo, poi magari finisce che mi tatuo il nome di mio figlio e quello quando cresce vota Gasparri.

A un certo punto vedo il tatuaggio che ho utilizzato per la copertina. E gli ho scattato una foto. Non si dovesse capire, è un cavaliere di Santo Stefano, orgoglio nazionalcristiano degli ungheresi, che porta avanti una bandiera del Barcellona.

No, fermi tutti. Mi state dicendo che qualcuno, presumibilmente un fascio con tendenze cattoliche, si è fatto tatuare un cavaliere ungherese che brandisce la bandiera del Barça? Quelli dell’Indipendenza Catalana? Quelli che erano forse l’unica forma di dissenso consentita nella Spagna franchista? Si, quelli.

Vabbè, sulla stupidità del tatuaggio abbiam già detto.

Perchè ho visto questo. (L’ho scaricato da internet, non ho fatto in tempo a fotografarlo).

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Cioè, se io mai mi dovessi tatuare qualcosa fra il pollice e l’indice della mano, a tutto penserei, tranne che all’Italia con Istria e Corsica. Quella che vedete, è la loro versione. La Grande Ungheria. Che no, non è quella di Puskas (qui la chiamavano Aranycsapat, la squadra d’oro), ma quella di cui abbiamo parlato qualche settimana fa. Partiva da Fiume, poi Rjieka, e arrivava fino alla Transcarpazia ucraina. Poi gli ungheresi han perso due guerre di fila e adesso hanno due terzi del territorio in meno. Voi direte “Si, ma è roba di 80 anni fa”. Andatelo a dire a Jobbik e il 20% dell’elettorato (circa il 60% della popolazione totale).

Allora, mettiamo a confronto due personaggi. L’Italiano medio, ma non troppo e l’Ungherese meno, ma non troppo. Ma si dai, quello che ce la mette tutta, è un po’ cazzone, ma alla fine gli si vuole bene perchè è sincero e onesto, anche se non con sé stesso.

Italiano medio: “Che palle, non riesco a trovare lavoro nonostante la mia laurea con 76/110 in Scienze degli Abbracci del Mulino Bianco. I politici hanno rovinato questo paese, dovrebbero andarsene a casa. Se togliessimo tutto il vecchio dalla politica le cose andrebbero meglio. Ho deciso, metterò un post su Facebook”.

Ungherese medio: “Che palle, io qui a faticare per 500 euro al mese mentre i tedeschi fanno il bagno nello champagne. E’ tutta colpa del trattato di Trianon del 1920. Come faranno i poveri ungheresi in Slovacchia a sopravvivere senza il nostro intervento? Ho deciso, mi tatuerò il simbolo della Grande Ungheria sulla mano”.

E niente, è un refrain continuo. Lo vedi anche in cose che portano significati totalmente diversi. Per intenderci, se io vado in giro in Svezia e becco una ragazza coi capelli blu, se stilo una riga di caratteristiche fra lesbica, femminista, vegana, antimilitarista (…) prima o poi qualcuna la becco. E tutto sommato, è meglio di quello che vi sto per scrivere.

Perchè qui, la sua omologa, va in giro con la maglietta dei Karpathya (una band ipernazionalista celebrata perfino dal premier Orban) e al collo ha la croce di Santo Stefano. Che non so quanto prenderebbe bene la sua acconciatura da casa occupata berlinese.

E vabbè, niente, gli ungheresi (oh, non tutti, ho conosciuto pure un sacco di persone normali) si tatuano sta roba qua. Che io, nonostante la masnada di pazzi che popola il mio paese, devo ancora trovarlo uno che va in giro con il tatuaggio dell’Italia con l’Istria e la Corsica. E se lo conoscete, non presentatemelo.

Sulla Carta d’Identità – Fango

fotopedemonteNon sono uno di quelli che, usciti 100 metri dal proprio comune di residenza, si sentono stranieri. A volte un po’ mi vergogno delle mie origini provinciali, però intanto è sempre lì, sulla carta d’identità. Nato a Novi Ligure, residente a Gavi (AL).

Oggi i luoghi in cui sono nato e cresciuto sono finiti sotto una bomba d’acqua, alla quale probabilmente nessuno aveva assistito da quasi quarant’anni. Ovviamente da domani inizierà un treno di polemiche inutili e terrificanti, il cui prologo è stato avviato oggi da un paio di persone che ho visto pubblicare imbarazzanti link su Facebook dedicati agli immigrati che, a quanto pare, non avrebbero aiutato durante la pulizia delle strade. Da immigrato (ed emigrato), ho sbottato.

Siccome questo blog utilizza il calcio per parlare di altri temi come la politica, l’integrazione, la cultura e un sacco di altri fattori sociali, oggi si torna, almeno idealmente, a casa. Si parla di Gavi, della sua squadra e di come, negli anni ’70, fosse riuscita a portare fra i professionisti un paese di 5mila abitanti, salvo poi inabissarsi, anche letteralmente.

Gavi è probabilmente il borgo più conservatore della Vallemme, zona partigiana dove persero la vita tanti eroi della Resistenza. Nel 1946, contrariamente a tutti i comuni del Novese, a Gavi vinse la monarchia. Questo aspetto a volte lo cogli anche nelle persone, quella “gente che come noi forse è un po’ selvatica”, come cantava Paolo Conte. E infatti, Gavi è posta esattamente al confine fra il Piemonte e la Liguria. Dialetto e cucina liguri, ma politicamente moderati e sabaudi. Se è vero che i ravioli in Piemonte si fanno con la carne e in Liguria con la verdura, da noi, per non sbagliare, si fanno con entrambi.

Nel 1946, all’epoca del famoso referendum, già da vent’anni esisteva una squadra di calcio, la Polisportiva Gaviese, la cui attività però rimase fuori dai quadri Figc fino al 1966 quando, con l’intervento del patron genovese Cervetto, si iscrisse alla Seconda Categoria. All’epoca fra la Seconda (che probabilmente era ancora il livello più basso del calcio italiano, ma non ho conferma di questo) e la Serie D, anticamera del professionismo, vi erano tre salti da fare. La Gaviese li fece in quattro o cinque anni, arrivando in Serie D all’inizio degli anni ’70.

 

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Una domenica di maggio, nel 1973, la Gaviese vinse con la Juve Domo per 5-2 e salutò la Serie D, per andare al piano di sopra. Andò a finire che venne fagocitata dalla (Gavi)Novese di un tal Robbiano, non credo parente dell’ex sindaco, che poi abbandonò la barca dopo la retrocessione di due anni più tardi, subita a Carpi con un gol all’ultimo minuto contro gli ultimi in classifica. La Gaviese, nel frattempo, non c’era più. Cervetto se n’era andato (dalla dirigenza, ma lo farà anche dalla vita terrena non molto tempo dopo) e il posto di factotum lo prenderà il Lotra, Lorenzo Traverso, con cui ho litigato un sacco di volte nei miei primi anni da giornalista e che ha dato tutto per la squadra, portandola fino ai primi posti della Promozione. Da un po’ di anni la sua salute lo tiene lontano dai campi e la Gaviese adesso è in fondo alla Prima Categoria.

L’epitaffio di quel decennio pazzesco, gli anni ’70, arrivò nell’autunno del 1977, quando la Gaviese tergiversava fra Seconda e Terza Categoria. Un’alluvione mostruosa, e la cui gravità fortunatamente non si è ripetuta negli eventi di questi giorni, devastò completamente il paese e il campo di calcio, cancellando fisicamente le impronte lasciate dall’undici che, quattro anni prima, aveva compiuto l’impresa.

I rigori da fermo – Beppe Signori, ultima fermata

d00018742a12d909dbb70Il campionato 2005-2006 me lo ricordo come se fosse stato oggi pomeriggio. Avevo tirato su una bella collaborazione con un quotidiano online della mia zona in qualità di caporedattore, con un sacco di inviati (tutti non retribuiti) e aggiornamenti immediatamente dopo il 90′. Quasi un record, per l’Eccellenza Piemontese dell’epoca.

Una sera avevo incontrato uno dei nuovi collaboratori, dovevamo parlare di come gestire le pagine sul Derthona, una roba molto easy. Eravamo anche due grandi appassionati di calcio e di Football Manager e ne approfittammo per mangiare una pizza mentre guardavamo Tromsoe-Roma di Coppa Uefa. E poi, non so perchè, finimmo per parlare di Beppe Signori, che all’epoca era un grande attaccante sulla via del tramonto e non lo scommettitore incallito che conosciamo oggi.

“E’ andato a giocare in Ungheria”. All’epoca non ero mai stato in Ungheria e non avevo particolare interesse nel calcio magiaro, per cui lasciai cadere quell’informazione. E’ tornata quando sono venuto a vivere qui.

Signori, con estrema probabilità, è il calciatore straniero di maggior successo ad aver calcato i campi ungheresi. Arrivò a Sopron, una manciata di chilometri da Vienna, chiamato a gran voce da Dario Bonetti, che dei biancorossi era l’allenatore, e da Luigi Sartor.

Com’è, come non è, Signori in dieci partite segna tre gol, ingrassa parecchio (ci sono foto relative alla tournèe che aveva fatto con il Milan pochi mesi prima a testimoniarlo) e decide presto di lasciare il calcio. Sartor dev’essersi trovato meglio, visto che ha giocato, anche se a singhiozzo, per due campionati prima di rientrare in Italia.

All’epoca il campionato ungherese era famoso per essere uno dei più falsati d’Europa, meta piacevole per scommettitori con amicizie pericolose in Estremo Oriente, vedi Singapore e Malesia. Sei anni dopo, Sartor e Signori sono stati radiati per aver partecipato attivamente alla gestione del traffico illecito dei proventi delle scommesse clandestine e delle partite truccate.

Chissà se a Sopron, dove fanno la birra più buona d’Ungheria, pensavano già a questo. Forse è per questo che ci erano arrivati. O forse è una cosa nata lì.

Chissà se ci pensavi, quando battevi i rigori. Da fermo.

L’epopea delle squadre sfigate – Il presidente era in tribuna

2014-10-04 18.23.31E’ la primavera del 1977, Bela Varady segna il suo 36esimo gol in stagione, il Vasas stacca l’Ujpest e vince lo scudetto ungherese per la quinta volta. L’attaccante rossoblu è il secondo maggior cannoniere d’Europa e vincerà la Scarpa d’Argento, dietro il rumeno Dudu Georgescu, della Dinamo Bucarest.

Lo stadio Rudolf Illovszky è in tripudio. 12mila spettatori celebrano quello che sarà l’ultimo titolo della squadra di Angyalfold, Campo degli Angeli. Quartiere operaio di un paese operaio. Con un presidente che da giovane era stato operaio, per davvero. Era l’Ungheria di Janos Kadar, padre-padrone del “goulash-communism”, ovvero quello della baracca più felice, cioè il paese che, a detta degli osservatori, aveva la miglior qualità di vita pur essendo sotto occupazione sovietica e in cui si poteva, sebbene in maniera molto controllata, perfino esprimere un leggero dissenso.

Janos Kadar era tifosissimo del Vasas, del quale era anche stato presidente, ma, almeno apparentemente, non favorì mai la sua squadra come, invece, faceva il suo vicino di casa Ceausescu, o il capo della Stasi Erich Mieke, presidente della Dynamo Berlin e dei suoi dieci scudetti di fila.

Wikipedia sostiene che il Vasas fosse uno dei suoi pochi svaghi, assieme agli scacchi.

4 ottobre 2014. All’Illovszky sono circa un migliaio, lo stadio però sembra quello di quarant’anni prima, forse con qualche seggiolino in più.

Il Vasas (che si pronuncia Vashàsh) è primo in serie B e ospita lo Szigetszentmiklòs, squadra che vanta il titolo di “Nome più impronunciabile nella storia del calcio”, traducibile per’altro come Isola San Nicola.

A Budapest ci sono cinque squadre e c’è da dire che la capitale ha anche perso quel ruolo di bussola calcistica per il paese: il Ferencvaros, che è la più ricca e più tifata, con la sua Groupama Arena (ex Florian Albert) sciccosa, poi gli incazzosissimi rivali dell’Ujpest, nell’estremo nord della città, poi Honved e MTK a giocarsi le briciole e dividersi lo stadio (quest’anno tutte e due a Kispest, l’anno prossimo nel nuovo stadio dell’MTK mentre il Bozsik viene rinnovato), infine la squadra operaia, e, naturalmente, più sfigata, della città. Vashàsh.

Mi aspettavo un pubblico di vecchi pensionati nostalgici della sicurezza sociale e del canale unico televisivo, e infatti mi sono ritrovato i pensionati da una parte (non so come la pensassero, ma sembravano davvero persi nel nulla, immersi fra i palazzi ipermoderni a 50 metri dall’arena e lo stadio così fortemente soviet), ma anche un gruppo di un centinaio di ultras vagamente alternativi e piuttosto lontani dai clichè da “curva ungherese”. Che, voglio dire, già tifi la squadra più sfigata di Budapest, se non altro non hai la faccia da tribunale dell’Aja.

Comici, per così dire, gli enormi addetti alla sicurezza nel settore dedicato ai tifosi dell’Isola San Nicola. Erano 8, il più vecchio avrà avuto 12 anni. In tuta ufficiale. Erano i ragazzini delle giovanili.

Solo per i finali, Vasas-Isola San Nicola 0-1, gol decisivo all’89’ nell’unico tiro in porta degli ospiti.

Fatti più in là – Dallo scudetto del ’44 all’Irredentismo il passo è breve

10.Bodola-Gyula-Nagyvaradi-1944Ogni mattina io esco di casa, prendo la metro a Gyöngyösi Utca (no, non ce la farete mai a pronunciarla correttamente), faccio una buona dozzina di fermate e risalgo in superficie per prendere il tram che mi porterà al lavoro.

Il luogo di interscambio fra metro e tram si chiama Nagyvarad Ter, che in quel poco di ungherese che riesco a decifrare equivale a Gran (Nagy) Castello (Varad).

Nel mio tentativo malato di tradurre i nomi delle fermate della metro (Gyöngy significa “Perla” , quindi me la immagino come Via della Perla), ho scoperto che Nagyvarad altro non è che la città rumena di Oradea. E perchè ha anche un nome ungherese?

Allora, anni fa l’Ungheria era molto più grande di quella odierna (vedi foto), poi, siccome i magiari ci prendono gusto a perdere guerre mondiali (due su due assieme ai tedeschi, complimenti), si sono fatti soffiare via, dal trattato di Trianon del 1920, diversi territori delle odierne Slovacchia, Croazia, Ucraina, Serbia, ma, soprattutto, Romania.

Durante la seconda guerra mondiale, però, c’è stato un momento a cui all’Ungheria e ai nazisti diceva bene, tanto che i magiari si reimpossessarono di Oradea/Nagyvarad, oltre che di Cluj Napoca/Koloszvar e addirittura Novi Sad/Ujvideki (in Serbia). Tanto che le tre squadre parteciparono a tre campionati consecutivi. L’ultimo, prima dell’interruzione (stagione 1943/44) venne vinto proprio dal Nagyvarad, che poi la stagione successiva tornò a chiamarsi Oradea perchè, nel frattempo, la Romania si era ripresa il maltolto (a sua volta, effettivamente, maltolto una ventina di anni prima). Per fare un paragone con casa nostra, è come se lo scudetto del ’44, quello dei Vigili del Fuoco di La Spezia, se lo fosse aggiudicato la Fiumana, oggi Rijeka.

La rivalità fra i due paesi è grossissima e neppure il comunismo riuscì a blandire l’astio fra i due paesi, tanto che lo stesso leader magiaro Janos Kadar, ormai al capolinea, indicò il nemico non nei capitalisti yankee, ma nei vicini di casa targati Ceausescu.

Oggi la situazione politica ungherese è una specie di delirio. Il partito di governo, Fidesz, ha oltre il 60% dei seggi in parlamento dopo una riforma della legge elettorale e della struttura televisiva che hanno fatto nettamente calare l’Ungheria agli occhi degli osservatori democratici dell’Europa Occidentale. I socialisti e la sinistra in generale pagano ancora lo scotto dello scandalo del 2006, quando l’allora premier Gyurcsani si fece beccare in una registrazione a definire “bugie” quelle che andava propagando in televisione da un certo periodo, nascondendo la forte crisi economica che pervadeva il paese. Giusto ieri ho intervistato in tedesco una militante intenta a lasciare volantini per le elezioni municipali del 12 ottobre. “Qui non c’è più democrazia e le minoranze sono in pericolo, ma noi non riusciremo mai a farci valere”, è stato in sintesi il suo discorso. E poi c’è Jobbik. Fondamentalmente, e anche dichiaratamente, nazisti.

Uno dei punti chiave della politica ungherese, in parte esercitato dal megapartito Fidesz e incarnato al 100% da Jobbik (non a caso i socialisti accusano Fidesz di intavolare accordi sottobanco con l’estrema destra), è l’irredentismo verso i territori map8perduti, reclamando i tempi meravigliosi delle cosiddette “64 contee”, prima che due conflitti persi relegassero il grande Impero ad un paese secondario dello scacchiere europeo.

I motivi di questo irredentismo sono legati alla presenza, ancora forte e, per la verità, piuttosto trascurata, di una minoranza ungherese in tali territori. Ad Oradea, ad esempio, si è passati dal 92% del 1920 al 28% del 2002.

Il tema immagino sia molto sentito anche dagli stessi ungheresi, visto che tre diverse persone, con le quali stavo parlando del più e del meno (conoscenza delle lingue straniere, vacanze in montagna e cognomi) sono riuscite a infilare in mezzo al discorso il fatto che ‘sti territori una volta erano ungheresi.

Uno addirittura voleva sapere come la pensavo. Sulle minoranze ungheresi in Romania. “Ci sono popoli italiani che vivono in altri paesi?” Si, in Svizzera c’è un intera regione, gli ho risposto. “E tu non odi la Svizzera per questo? Non vorresti proteggere il tuo popolo?” Ma in verità credo che loro stiano molto meglio dove sono ora. E no, non odio nessuno. Nessuno che non sia un estremista rompicoglioni, diciamo.

Ecco, probabilmente questa puzza di nazionalismo è uno dei motivi che ancora mi impedisce di stringere un legame con questo paese, in realtà bellissimo e ricco di opportunità. C’è sempre da tirar fuori una bandiera, da far comunità, gruppo, possibilmente contro qualcuno. Siano essi ebrei (ho avuto modo di parlare con un signore alle terme, gli ho chiesto se sentiva antisemitismo. “Magari quello no, però i nostri vecchi dicono che negli anni ’30 iniziò proprio così…”), rom (si, ce ne sono e garantisco che riescono a dare ottimi motivi per stare sulle scatole, ma non è un buon motivo per incendiarne villaggi), omosessuali (la famiglia ungherese è protetta dalla costituzione e puntualmente si cerca di annullare il Gay Pride).

E niente, questo è quello che ho da dire sul Vietnam. E sull’Ungheria. E sullo scudetto del ’44 che, come vedete, era solo un pretesto.