Fatti più in là – Dallo scudetto del ’44 all’Irredentismo il passo è breve

10.Bodola-Gyula-Nagyvaradi-1944Ogni mattina io esco di casa, prendo la metro a Gyöngyösi Utca (no, non ce la farete mai a pronunciarla correttamente), faccio una buona dozzina di fermate e risalgo in superficie per prendere il tram che mi porterà al lavoro.

Il luogo di interscambio fra metro e tram si chiama Nagyvarad Ter, che in quel poco di ungherese che riesco a decifrare equivale a Gran (Nagy) Castello (Varad).

Nel mio tentativo malato di tradurre i nomi delle fermate della metro (Gyöngy significa “Perla” , quindi me la immagino come Via della Perla), ho scoperto che Nagyvarad altro non è che la città rumena di Oradea. E perchè ha anche un nome ungherese?

Allora, anni fa l’Ungheria era molto più grande di quella odierna (vedi foto), poi, siccome i magiari ci prendono gusto a perdere guerre mondiali (due su due assieme ai tedeschi, complimenti), si sono fatti soffiare via, dal trattato di Trianon del 1920, diversi territori delle odierne Slovacchia, Croazia, Ucraina, Serbia, ma, soprattutto, Romania.

Durante la seconda guerra mondiale, però, c’è stato un momento a cui all’Ungheria e ai nazisti diceva bene, tanto che i magiari si reimpossessarono di Oradea/Nagyvarad, oltre che di Cluj Napoca/Koloszvar e addirittura Novi Sad/Ujvideki (in Serbia). Tanto che le tre squadre parteciparono a tre campionati consecutivi. L’ultimo, prima dell’interruzione (stagione 1943/44) venne vinto proprio dal Nagyvarad, che poi la stagione successiva tornò a chiamarsi Oradea perchè, nel frattempo, la Romania si era ripresa il maltolto (a sua volta, effettivamente, maltolto una ventina di anni prima). Per fare un paragone con casa nostra, è come se lo scudetto del ’44, quello dei Vigili del Fuoco di La Spezia, se lo fosse aggiudicato la Fiumana, oggi Rijeka.

La rivalità fra i due paesi è grossissima e neppure il comunismo riuscì a blandire l’astio fra i due paesi, tanto che lo stesso leader magiaro Janos Kadar, ormai al capolinea, indicò il nemico non nei capitalisti yankee, ma nei vicini di casa targati Ceausescu.

Oggi la situazione politica ungherese è una specie di delirio. Il partito di governo, Fidesz, ha oltre il 60% dei seggi in parlamento dopo una riforma della legge elettorale e della struttura televisiva che hanno fatto nettamente calare l’Ungheria agli occhi degli osservatori democratici dell’Europa Occidentale. I socialisti e la sinistra in generale pagano ancora lo scotto dello scandalo del 2006, quando l’allora premier Gyurcsani si fece beccare in una registrazione a definire “bugie” quelle che andava propagando in televisione da un certo periodo, nascondendo la forte crisi economica che pervadeva il paese. Giusto ieri ho intervistato in tedesco una militante intenta a lasciare volantini per le elezioni municipali del 12 ottobre. “Qui non c’è più democrazia e le minoranze sono in pericolo, ma noi non riusciremo mai a farci valere”, è stato in sintesi il suo discorso. E poi c’è Jobbik. Fondamentalmente, e anche dichiaratamente, nazisti.

Uno dei punti chiave della politica ungherese, in parte esercitato dal megapartito Fidesz e incarnato al 100% da Jobbik (non a caso i socialisti accusano Fidesz di intavolare accordi sottobanco con l’estrema destra), è l’irredentismo verso i territori map8perduti, reclamando i tempi meravigliosi delle cosiddette “64 contee”, prima che due conflitti persi relegassero il grande Impero ad un paese secondario dello scacchiere europeo.

I motivi di questo irredentismo sono legati alla presenza, ancora forte e, per la verità, piuttosto trascurata, di una minoranza ungherese in tali territori. Ad Oradea, ad esempio, si è passati dal 92% del 1920 al 28% del 2002.

Il tema immagino sia molto sentito anche dagli stessi ungheresi, visto che tre diverse persone, con le quali stavo parlando del più e del meno (conoscenza delle lingue straniere, vacanze in montagna e cognomi) sono riuscite a infilare in mezzo al discorso il fatto che ‘sti territori una volta erano ungheresi.

Uno addirittura voleva sapere come la pensavo. Sulle minoranze ungheresi in Romania. “Ci sono popoli italiani che vivono in altri paesi?” Si, in Svizzera c’è un intera regione, gli ho risposto. “E tu non odi la Svizzera per questo? Non vorresti proteggere il tuo popolo?” Ma in verità credo che loro stiano molto meglio dove sono ora. E no, non odio nessuno. Nessuno che non sia un estremista rompicoglioni, diciamo.

Ecco, probabilmente questa puzza di nazionalismo è uno dei motivi che ancora mi impedisce di stringere un legame con questo paese, in realtà bellissimo e ricco di opportunità. C’è sempre da tirar fuori una bandiera, da far comunità, gruppo, possibilmente contro qualcuno. Siano essi ebrei (ho avuto modo di parlare con un signore alle terme, gli ho chiesto se sentiva antisemitismo. “Magari quello no, però i nostri vecchi dicono che negli anni ’30 iniziò proprio così…”), rom (si, ce ne sono e garantisco che riescono a dare ottimi motivi per stare sulle scatole, ma non è un buon motivo per incendiarne villaggi), omosessuali (la famiglia ungherese è protetta dalla costituzione e puntualmente si cerca di annullare il Gay Pride).

E niente, questo è quello che ho da dire sul Vietnam. E sull’Ungheria. E sullo scudetto del ’44 che, come vedete, era solo un pretesto.

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