Szabadság nap – Honved, ultimo atto

milan-honved-1956Il 21 ottobre del 1956, la Honved batte 2-1 il Vasas e conclude l’ultima giornata di campionato con tre punti di vantaggio sull’Ujpest. Sarebbe scudetto, ma siccome in estate la nazionale ha dovuto giocare alcuni incontri, si devono ancora recuperare una decina di partite, fra cui quelle dell’MTK, all’epoca Voros Lobogo, che in teoria poteva ancora raggiungere i rossoneri.

Due giorni prima della fine di tutto.

Otto giocatori di quella Honved erano stati, due anni prima, le colonne portanti della nazionale che perse la finale, in rimonta, contro la Germania Ovest, per 3-2.

Quelli erano i Mighty Magyars, o l’Aranycsapat (la squadra d’oro), così ribattezzata da Sport Popolare (Nepsport) dopo la fantastica vittoria per 6-3 a Wembley contro l’Inghilterra. Una vittoria così sentita da far aprire un caffè sportivo con lo stesso nome vicino a Boraros Ter e sarà presto meta di questo blog.

Capisaldi della Honved, e della Grande Ungheria, erano ovviamente Ferenc Puskas, poi Jozsef Bozsik a centrocampo, Zoltan Czibor a supporto di Puskas in attacco assieme a Sandor Kocsis. Portiere: Gyula Grosics.

Avendo vinto il titolo anche l’anno prima, la Honved si era guadagnata la partecipazione ad una delle primissime edizioni della Coppa dei Campioni, con il chiaro intento di fermare la cavalcata del Real Madrid che già aveva vinto le prime due. A spuntare i vari nomi, la finale, salvo scherzi del sorteggio, era annunciata.

Due giorni dopo l’ultima di campionato del Nemzeti Bajnoksag, la massima divisione magiara, si tiene una manifestazione studentesca a Budapest contro il leader stalinista del Partito Ungherese dei Lavoratori, il sessantaduenne Matyas Rakosi.

Quello che sembrava essere un corteo (mai banale, data l’epoca), destinato ad essere sciolto dalla polizia segreta nel giro di pochi minuti, attirò curiosi, che poi si trasformarono in militanti. Alla fine erano migliaia.

Szétlőtt_harckocsi_a_Móricz_Zsigmond_körtéren

La sera del 23 ottobre 1956 un’orda di manifestanti si riverso contro i principali palazzi del potere ungherese chiedendo a gran voce le dimissioni di Rakosi da segretario, quelle del suo delfino Hegedus dal ruolo di primo ministro a beneficio di un elemento più moderato del regime, l’uscita delle truppe sovietiche dall’Ungheria e una liberalizzazione politica ed economica del paese. Riuscirono, in qualche modo, a far giungere il messaggio via radio, nonostante le prime perdite, anche a chi rimaneva lontano dalla capitale. La voce si sparse così a Gyor, Sopron, Miskolc, Debrecen, nelle quali scoppiò la rivolta

Il giorno dopo, con il paese nel caos, Hegedus rassegnò le dimissioni e, di fatto, anche Rakosi, già abbandonato da Kruscev, appendeva le scarpe al chiodo.

Imre Nagy, diventò il primo ministro e chiese subito un rapporto paritario con Mosca, che rispose gentilmente inviando più carri armati di quanto avesse fatto la Germania Nazista durante la seconda guerra mondiale nella Campagna di Russia.

La resistenza del governo di Imre Nagy fu di un paio di settimane, durante le quali parte dell’esercito si schierò con lui e, assieme ad esso, una lunga serie di brigate di liberi combattenti, fra cui quella dell’Università Corvinus, capeggiata dal giovane Gergely Pongratz.

E’ immaginabile che, senza una reazione russa, il governo ungherese avrebbe provato una via democratica al socialismo tramite le riforme del pur comunista Nagy, come stava accadendo nel nord Europa. Oggi, probabilmente, avremmo un’Ungheria liberale e non ancorata a valori tradizionali e religiosi, dovuti probabilmente alla reazione estrema dei suoi cittadini contro il loro passato. Un salto da un estremismo al suo opposto, con soli 25 anni di gap.

Ai primi di novembre, quando i rapporti di forza erano definitivamente dalla parte di Mosca, il governo Nagy si rifugiò presso l’ambasciata Jugoslava, fatta eccezione per il ministro Istvan Bibo, che rimase in parlamento fino a quando non furono i collaborazionisti della polizia segreta a tirarlo fuori con le cattive. Nagy e il resto del suo governo, vennero deportati in Romania e giustiziati due anni dopo. Per Nagy, il funerale si svolse quando la Cortina di Ferro iniziava ad arrugginirsi, sul finire degli anni ottanta.

Però ci sono un sacco di cose rimaste in sospeso. Ad esempio il campionato di calcio, che non riprenderà mai e non verrà mai assegnato. Anzi, nel 1957 ricomincerà daccapo, in primavera, e lo vincerà il Vasas, che quindi giocherà l’edizione della Coppa dei Campioni successiva.

Però, attenzione, c’è da giocare ancora la Coppa del 1956. E lì c’è la Honved.

Spettatori degli eventi nella capitale, i giocatori ungheresi si spostarono in Spagna per giocare il primo turno del torneo più importante d’Europa. Avversario è l’Atletico Bilbao (all’epoca il nome era ispanico), che al San Mames passa per 3-2, con gol ungheresi di Budai e Kocsis. Tutto questo quando dalla rivoluzione è passato un mese e si è già insediato, al palazzo del governo e con il supporto dei sovietici, Janos Kadar.

La Honved, da quella trasferta in Spagna, non tornerà a casa. Inizia una lunga serie di partite durante le quali raccoglierà fondi per mantenersi in attività (tra cui una a San Siro contro il Milan), poi riesce ad organizzare la partita di ritorno con l’Atletico Bilbao a Bruxelles, dove arrivano in 30mila per assistere all’ultimo pezzo di eredità di quella rivoluzione. Quelli che non ci erano voluti stare ai giochi di potere e se n’erano rimasti fuori, anche a costo di venire puniti. Vedere, non vedranno nulla, perchè la partita si giocò con una nebbia fantozziana. E fu un peccato, perchè la partita finì 3-3 e Ferenc Puskas, a quattro minuti dalla fine, segnò il suo ultimo, inutile, gol con la maglia rossonera.

Di quella rivoluzione, se ne parlerà anche in acqua, a migliaia di chilometri di distanza, dove l’Ungheria si prende una clamorosa rivincita, batte l’Unione Sovietica nella semifinale di pallanuoto alle Olimpiadi di Melbourne del 1956, in una partita divenuta famosa per il sangue perso da Ervin Zador dopo un pugno del russo Prokopov. Ne risentirà indirettamente anche il grandissimo pugile Laszlo Papp, medaglia d’oro a quei giochi, che verrà privato dello status di professionista ottenuto in Austria perchè, nell’Ungheria sovietica, uno sportivo non poteva guadagnare soldi dalle sue prestazioni. Concluderà la carriera imbattuto

Ma poi, che fine hanno fatto?

Honved: la squadra, eliminata dalla Coppa dei Campioni, si divise. Chi rimase in Ungheria sfiorò la retrocessione l’anno successivo, mentre quelli che partirono vennero squalificati dalla Fifa per uno o due anni. La federazione messicana offrì ai giocatori di poter continuare a portare avanti il nome della squadra, come avevano fatto con i rifugiati baschi durante la guerra civile di vent’anni prima, ma non se ne fece niente.

Sandor Kocsis: dopo aver scontato la squalifica in Svizzera e aver giocato una manciata di partite con una squadra locale, raggiunse Kubala, da anni al Barcellona, dove diede vita ad una grandissima squadra, una delle poche a mantenere il livello del Real Madrid in Spagna e a poter vantare il ruolo di unica opposizione possibile al nazionalismo franchista iberico. E’ morto, forse suicida, nel 1979, cadendo da una finestra da un’ospedale della città catalana.

Matyas Rakosi: il grande vecchio dello stalinismo ungherese venne esiliato da Janos Kadar e non fece mai più ritorno in patria prima della morte, avvenuta a Gorky nel 1971. Il suo esilio pare fosse dovuto al timore di possibili ritorsioni della popolazione nei suoi confronti

Gyula Grosics: il portiere della Honved era, tuttavia, tifoso del Ferencvaros e stava per coronare il sogno di trasferirsi nella sua squadra del cuore quando fu il regime stesso ad impedirglielo. Terminò la carriera nel Tatabanya e venne invitato a presenziare ad un’amichevole contro lo Sheffield nel 2008, quando, a 82 anni, vestì finalmente la maglia del Fradi e giocò 40 secondi di quella partita, toccando il pallone del calcio d’inizio.

Istvan Bibò: catturato in parlamento dall’AHV, la polizia ungherese, fu uno dei pochi risparmiati dal processo tenutosi dopo la rivoluzione. Nel 1963 ottenne l’amnistia, ma venne costretto a non occuparsi più di politica e morì nel 1971.

Ervin Zador: il giocatore di pallanuoto della grande Ungheria del 1956 non potè scendere in acqua per la finale, a causa del suo grave infortunio all’occhio. Non fece mai ritorno in patria, perchè proprio al termine dei giochi si dichiarò rifugiato politico e visse il resto della sua esistenza negli Stati Uniti.

Gergely Pongratz: dopo la rivoluzione riuscì a fuggire negli Stati Uniti e fece ritorno in Ungheria solo nel 1991. Per protesta contro le elezioni del 1994, che avevano premiato il vecchio partito socialista dopo quattro anni di democrazia, fondò Jobbik, oggi uno dei movimenti politici di estrema destra più temuti e violenti a livello europeo. E’ morto nel 2005.

Zoltan Czibor: Passò in Italia, alla Roma, che però non lo poté schierare per la squalifica che l’Uefa gli aveva comminato. Chiuse la carriera nel Barcellona, prima di avventurarsi in una miriade di squadre locali catalane. Vincerà due scudetti in blaugrana.

Jozsef Mindzsenti: non lo avevamo nominato, in questa storia. Era l’arcivescovo di Budapest, durante la guerra aveva fortemente combattuto il governo delle Croci Frecciate ed era ritornato nella capitale dopo gli anni di esilio durante la rivoluzione del 1956. Una volta sconfitto il governo Nagy, fu costretto a riparare nell’ambasciata americana, dove avrebbe vissuto per i successivi quindici anni.

Jozsef Bozsik: tornò in patria, probabilmente il migliore fra quelli a non lasciare tutto. Venne premiato con un posto nel, piuttosto inutile, parlamento ungherese dell’epoca. Morto nel 1978, dà il suo nome allo stadio della Honved nel quartiere di Kispest.

Janos Kadar: dopo aver tradito Nagy e aver ricevuto il potere dalle mani dei russi, lo mantenne praticamente fino alla fine della Cortina di Ferro. Il suo regime fu fra i più morbidi dell’Est Europa, probabilmente per non risvegliare il rancore mai sopito del popolo dopo le battaglie del 1956.

Ferenc Puskas: due anni di squalifica, il Manchester United lo rifiuta perchè “vecchio e grasso”, e poi infila un trittico di Coppe dei Campioni con la maglia del Real, fra cui una in cui gli venne proibito di giocare la semifinale di ritorno, perchè sarebbe stata proprio in Ungheria, dove non mise più piede fino al termine della guerra fredda. Di lui, si disse che era morto durante gli scontri in piazza. Evidentemente, pure il suo fantasma sapeva giocare a calcio. E’ morto, malato di Alzheimer, nel 2006.

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