Estemporanea tris – Dalla Vlora al Ferraris, il cerchio chiuso

Stefano-Okaka-Italia-AlbaniaCi sono due ottime ragioni per scrivere un pezzo fuori dal contesto calcistico ungherese. La prima è più pratica, e cioè che mi si è rotto lo smartphone e quindi non posso più fare foto in giro per abbinarle ai miei articoli. La seconda è che quanto accaduto questa settimana a Genova va a braccetto con molti degli argomenti che tratto su questo blog che, a proposito, potrebbe avere vita abbastanza breve e non perchè mi sia stufato, anzi, ma ne parleremo a tempo debito.

A una settimana da Ferragosto, nel 1991, una nave costruita ad Ancona, di proprietà di una compagnia cino-albanese e proveniente da Cuba con un carico di zucchero, venne sequestrata al porto di Durazzo in Albania. Vi salirono, secondo alcune fonti, 20mila persone con direzione Italia, quella della pubblicità del Mulino Bianco e di quella televisione che, con un lembo di mare a dividere le due terre, parlava la stessa lingua da Aosta fino a Brindisi e oltre.

Quelle 20mila persone, in una situazione di colossale smarrimento, dato anche il periodo estivo e l’intempestività delle istituzioni (guarda un po’, che caso), vennero sistemate temporaneamente in uno stadio. Erano inizialmente destinate a Brindisi, dove però non ci sarebbero state le strutture necessarie per ospitarli, si decise così di dirottarle su Bari. Il tragitto durò 7 ore a causa delle condizioni estreme in cui si trovava la nave e, una volta arrivati in città, i nuovi arrivati vennero convogliati verso una delle due strutture in grado di poterli contenere tutti. Uno era lo Stadio San Nicola, ma era nuovo di pacca e non era il caso, l’altro il vecchio stadio Della Vittoria che aveva chiuso i battenti un anno prima con la finale di Mitropa Cup, vinta dal Bari per 1-0 sul Genoa.

Le cronache raccontano di una manciata di persone fuggite nei vicoli della città, altre ospitate da qualche parrocchia, ma la maggior parte accampata proprio nel vecchio stadio cittadino, da cui il custode venne letteralmente costretto alla fuga per evitare disagi.

Passano 23 anni e sono lunghi per tutti. Io nel 1991 andavo all’asilo, quattro mesi fa ho finito un master. Il primo ministro aveva 73 anni, quello di oggi ne ha una quarantina (e mi viene in mente una stupenda battuta di Spinoza, “Molti vedono in Renzi il nuovo Andreotti. Qualcuno persino il vecchio”). L’Italia era un paese che conosceva benessere, ma di lì a poco si sarebbe scoperto che aveva vissuto al di sopra delle proprie possibilità, complice l’egoismo e la mancanza di contatto con la realtà della classe dirigente e di una parte (forse anche abbastanza sostanziosa) dei cittadini.

E poi c’erano loro, che fino a fine anni ’90, dicevamo, “arrivavano col barcone”. C’erano le prime pagine sui giornali, rapine in villa e sembrava fosse sempre colpa loro.

Era colpa loro anche la notte del 21 febbraio 2001 in Via Salvo d’Acquisto a Novi Ligure, la città in cui sono nato.

Però poi c’erano i compagni di classe, i colleghi di lavoro. E Igli Tare.

E quanto era forte Andi Meta. Andi Meta era uno di loro, era arrivato nel 1991 senza documenti, nonostante avesse giocato nel Teuta e fosse stato in panchina al Pizjuan di Siviglia quando la Spagna, alle Aquile, ne fece 9 in una sola sera.

Si rimboccò le maniche e, dopo una serie di allenamenti, praticamente da semi-clandestino, esordì in un’amichevole contro il Genoa. E’ ancora oggi uno dei giocatori più amati ad aver vestito la maglia della Novese, quella dello scudetto del 1922. L’ultima volta che l’ho sentito aveva passato abbondantemente la quarantina e figuriamoci se aveva smesso di giocare a calcio. In Italia ha anche figliato, con il buon Silvio che se la gioca a buoni livelli nella massima serie regionale.

Mentre guardavo la partita e i servizi dedicati ai tifosi albanesi, che si sono distinti per la simpatia e il caos felice intorno all’amichevole di martedì scorso, facevo un paio di riflessioni.

La prima è che i ventimila del Della Vittoria sono diventati i 20mila di Marassi, con due bandiere, due sciarpe, due lingue e due culture.

Che, almeno per la serata di domenica, gli albanesi danno 6-0 6-0 a serbi e croati.

Che probabilmente, mentre scrivo, c’è qualcuno che è nato da poco, magari ha uno o entrambi i genitori nati all’inizio degli anni 90′, i cui genitori a loro volta erano stati al Della Vittoria e magari fra un po’ di anni saranno contenti di portare il nipotino di nuovo allo stadio per un altro Italia-Albania.

Che il gol partita lo ha segnato Stefano Okaka, che è nato da genitori nigeriani, ma parla con un marcatissimo accento umbro, quando esordì con la Roma sembrava fosse il nuovo Totti ed evidentemente non ci è riuscito, ma, a differenza di un altro attaccante un pelo più famoso di lui, non si è mai aggrappato al razzismo e alla cattiveria nei suoi confronti per giustificare i fallimenti, ammesso che ce ne siano stati, e adesso veste la maglia della nazionale con grande merito.

E alla fine penso che se ce l’hanno fatta loro, i 20mila (di 480mila totali sul nostro territorio) del Della Vittoria, magari fra vent’anni ce la faranno anche quelli che, nel balordone generale, sono stati mandati via da una casa di accoglienza nella periferia di Roma mentre, attorno a loro, bande di disperati facevano guerra a spacciatori e prostitute, evidentemente sbagliando il proprio target. E allora saremo pronti a discriminare gli alieni da poco sbarcati.

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