Un giorno, un nome – Istvan Nyers, l’apolide pazzo

1412244045_Istvan-Nyers-590x443Il nome esatto, dateglielo voi. Istvan, Etienne, Stefano o Esteban, perchè non si è mai capito cosa ci fosse scritto sui suoi documenti quando, di volta in volta, cambiava la propria residenza. Documenti nei quali spiccava una parola, apolide, con la quale è stato bollato per il resto della sua vita.

D’altronde non poteva essere altrimenti, perchè Etienne Nyers è nato a Freyming Merlebach, ad una manciata di chilometri dal triplice confine franco-tedesco-lussemburghese, lato Parigi. In quella zona il padre era arrivato da Ozd, Ungheria orientale, e, come molti, aveva trovato nelle numerose miniere un impiego che all’epoca rappresentava un pericolo costante, ma anche uno stipendio sicuro, salvo incidenti. Forse stanco della dura vita in miniera e di tingersi il viso nero col carbone, portò il figlio a Budapest e quindi Etienne divenne Istvan, giocò con la maglia del III Keruleti TUE nel terzo distretto, quello di Obuda, sul lato collinare della capitale ungherese. Da lì, si trasferì a Subotica, in quella parte di Serbia che l’Ungheria ha sempre reclamato come propria e che, nel 1941, aveva occupato inglobandone le squadre nel proprio campionato. Subotica, anzi, Szabadka secondo la dizione magiara, venne persa nel 1944 e allora Istvan andò a Pest. Prima nel Kispest, la futura squadra dei Mighty Magyars, letteralmente “Piccola Pest”, poi nell’Ujpest, la grande rivale del Ferencvaros, anche detta “Nuova Pest”.

Nel 1946, però, i venti politici dell’Europa Orientale sono freddi e soffiano dalla Russia. L’Ungheria è già stata occupata solidamente dai sovietici e, nonostante la vittoria del partito agrario, il governo è a forte matrice comunista ed è filosovietico. Nella vicina Cecoslovacchia, invece, nonostante la vittoria alle elezioni dei comunisti, il governo è più indipendente da Mosca (le cose cambiranno nel 1947) e garantisce perfino libertà di passaggio ad Ovest. Probabilmente a questo pensava, nello stesso anno, Istvan Nyers che, senza cambiare cognome, sconfina e va a giocare nel Viktoria Zizkov dopo aver vestito due volte la maglia della nazionale ungherese. E su questo punto torneremo più tardi.

Ovviamente, il suo obiettivo era quello di utilizzare la Cecoslovacchia per tornare alle origini, e nel giro di pochi mesi torna allo Stade Français dove il suo allenatore è Helenio Herrera che, dal centro, lo sposta all’ala dove si confermerà fra i migliori del decennio. Con una decina di anni di anticipo, anticipa HH e da Parigi vola a Milano, dove diventa uno dei simboli della squadra.

Alterna grandi gol, dettati soprattutto dalla sua potenza fisica con la quale resisteva ai duri contatti italiani, ad una bella vita che si confà al suo ruolo. Di ali pazze, d’altronde, ne è piena la storia del calcio. Da Best a Garrincha, fino ad arrivare a Lennart Skoglund che con Nyers, ora diventato Stefano (e ufficialmente apolide, con la speranza, mai esaudita, di ottenere la cittadinanza italiana), condivideva un posto fisso nell’undici titolare e la passione per gli eccessi. Skoglund con l’alcool, Nyers col gioco d’azzardo.

Nyers riesce anche nell’impresa di diventare uno dei peggiori rigoristi del campionato italiano, mancando 14 volte su 50 l’obiettivo dal dischetto, ma questa pecca impallidisce al cospetto dei 133 gol segnati in nerazzurro (più 20 con la Roma e 11 col Lecco), di cui 26 nella stagione 48-49, l’ultima del Grande Torino di cui Nyers fu, a sua volta, ultimo avversario. Pochi giorni dopo lo 0-0 nello scontro diretto di San Siro, infatti, arrivò Superga.

Stefano diventa di nuovo Etienne, questa volta in Svizzera al Servette, ma dura poco perchè lo chiama addirittura il Barça, ma, a 32 anni, Esteban non è lo stesso della “Madunina”. Gira tanto per la Catalogna, fra Terrassa e Sabadell, ma non gioca neppure una partita ufficiale. Chiude a Lecco e, attenzione, Marzotto Valdagno.

Va in pensione e rimane a Milano fino a che non decide di accontentare la moglie, che aveva conosciuto durante la sua permanenza in Serbia/Ungheria, e decide di riportarla a Subotica, ora sotto Belgrado. Muore nel 2005, secondo alcuni in povertà, ma non secondo la sua intervista rilasciata, pochi mesi prima di andarsene, a Hetnap, un settimanale ungherese, dove si disse contento della sua vita e soddisfatto, forse anche del fatto di essersi liberato del suo status di apolide, essendo infatti divenuto cittadino serbo.

Eppure quel marchio, apolide, e la sua tendenza a rifuggire una carriera stanziale, gli hanno impedito di vestire la maglia della nazionale ungherese per più di due volte, peraltro a metà anni quaranta. Perchè, se è vero che è nato nel 1924, significa che a Berna, quando i magiari persero la finale dei mondiali con la Germania Ovest nella quale Puskas venne schierato nonostante un infortunio patito nella prima sfida coi tedeschi durante la fase a gironi, Stefano sarebbe stato ancora Istvan, avrebbe avuto 30 anni e sarebbe stato al massimo della forma. Chissà se con Nyers a disposizione per l’Ungheria, Herbert Zimmerman, il celebre telecronista tedesco, avrebbe avuto la possibilità di urlare, allo stadio Wankdorf, “La Germania sta vincendo per 3-2, chiamatemi matto, chiamatemi pazzo!”. Il pazzo sarebbe stato Nyers, con la coppa in una mano e le fiches nell’altra. Pazzo di gioia.

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